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CASO CUCCHI, INTERVENTO DI FINE SEDUTA.

Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 692 del 05/10/2016

SCIBONA (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SCIBONA (M5S). Signora Presidente, leggo nelle e-mail che riceviamo tutti un’allucinante presa di posizione del COISP, lillipuziano sindacato di Polizia sempre a caccia di nuovi iscritti, per voce del segretario Maccari sul caso Cucchi. Sinceramente non so chi sia questo Maccari, lo conosco solo dalla cronaca locale veneta, dove si legge che probabilmente ha fatto fermare un treno su cui era un passeggero in una stazione dove non doveva fermarsi, per poter scendere ovviamente, spendendo la sua figura, quella di incaricato sindacale, con gli agenti della Polfer.
Detto questo, non posso che esprimere profondo stupore per la relazione dei periti nominati dal gip. Le ecchimosi sul corpo di Cucchi da cosa derivano? Come si sono formate? Sono un chiaro segno di pestaggio, indegno per rappresentanti dello Stato. Sicuramente quelle ecchimosi non sono segno di un attacco epilettico. Basta mele marce nelle Forze dell’ordine: lo dobbiamo a chi, con la divisa, opera per il bene del cittadino e della legalità. Si faccia pulizia tra le Forze dell’ordine, si approvi il codice identificativo delle divise e si faccia giustizia.
Concordo con le recenti dichiarazioni del Guardasigilli sul comportamento della guardia carceraria partecipante del programma «Grande Fratello Vip» e ne condivido le preoccupazioni. Porto, infine, solidarietà a Ilaria e all’intera famiglia Cucchi per l’ennesimo schiaffo al loro e al nostro dolore. (Applausi dal Gruppo PD).

Mozioni su privatizzazione parziale di Ferrovie dello Stato Italiane – Interventi

Oggi in Senato si è discusso di una serie di mozioni a tema “Privatizzazione parziale di Ferrovie dello Stato Italiane”. Ecco il mio intervento in discussione generale e poi in dichiarazione di voto.

DISCUSSIONE
SCIBONA (M5S). Signora Presidente, ancora una volta ci troviamo a dibattere sulla privatizzazione e dunque cessione a privati di importanti asset del nostro Paese. Poco tempo fa ci eravamo occupati di Poste Italiane, oggi ci occupiamo del gruppo Ferrovie dello Stato, e domani? Speriamo non ci sia, o quantomeno che si possa andare ad elezioni e che possa governare qualcuno che abbia a cuore il patrimonio pubblico. Magari noi?
Dunque, voglio partire, nel mio ragionamento, proprio dal confronto fra queste due realtà. Infatti, entrambe sono concessionarie di servizi di pubblica utilità e sono chiamate a garantire un servizio universale; e per questa finalità hanno ricevuto e ricevono denaro pubblico per creare, manutenere e migliorare le proprie infrastrutture.
Se è vero che il servizio universale postale, grazie alle nuove tecnologie Internet, ovvero posta elettronica e smartkey (chi più ne ha, più ne metta), è teoricamente superabile, a patto di investire oltre che nella banda larga anche nella cultura del digitale (in effetti le parti periferiche dello Stato che godono già delle innovazioni politiche del Governo e ricevono la posta a giorni alterni coincidono per lo più anche con quelle che sono carenti di banda larga per poter far fronte all’abbandono del servizio postale universale), tale ragionamento non può essere mutuato sul trasporto ferroviario.
La ferrovia, anche se tanto bistrattata, rappresenta ancora l’unica dorsale presente che unisce l’Italia da Nord a Sud, che compie, nei fatti, con la mobilità pubblica, quell’unità d’Italia voluta dai nostri antenati. Ora volete smantellarla. Il Governo ci propone un piano di privatizzazione lacunoso in molteplici parti, senza garanzie di salvaguardia del servizio, ma ancor peggio errando sull’obiettivo che ci si prefigge con la privatizzazione. L’errore parte dal principio che è inutile privatizzare Ferrovie (ma vale anche per le altre public utilities) al fine di riversare i proventi nel fondo di ammortamento del debito pubblico. Ce lo ha detto chiaramente il ministro Padoan in 8a Commissione – e lo ha ricordato qualche collega prima di me – dicendo che la svendita, pardon la valorizzazione di Poste, ha inciso per lo 0,4 per cento del deficit italiano. Gran risultato.
Ovviamente Delrio, il giorno dopo, ha subito smentito questa versione e ha preso un po’ più di tempo.
Quali sono i risultati? Ad esempio, dai giornali abbiamo appreso qualche giorno fa che in Emilia-Romagna le lettere sono recapitate a giorni alterni e nei magazzini si stanno accumulando pacchi, montagne di corrispondenza. E se al posto delle lettere ci fossero i treni abbandonati nei depositi?
Nella storia del nostro Paese siamo nuovamente davanti alle cartolarizzazioni, che oggettivamente si configurano come una scelta sbagliata per risolvere un errore politico. Sono la strada che ci porterà nuovamente a dover versare denaro nel debito pubblico senza risolvere nulla, anzi aumentando il disagio ai cittadini. La questione si ripeterà e tra qualche anno saremo di nuovo costretti a vendere altri pezzi dello Stato, almeno finché ce ne sarà ancora qualcuno. Dopodiché?
Le conseguenze delle privatizzazioni degli anni Novanta non ci fanno ben sperare per il futuro di queste. Infatti, anche in quell’occasione si è voluto fare cassa e non si è avviato di pari passo un processo risolutivo, fosse anche un processo di liberalizzazione dei mercati, non certo auspicato da noi, ma molto decantato e mai attuato dai Governi succedutisi negli anni seguenti, in cui le società stesse operavano. Le conseguenze di quelle scelte si sono concretizzate, negli anni, in ritardi e distorsioni nella liberalizzazione dei mercati, da un lato, e nel progressivo taglio dei servizi, dall’altro, con gli inevitabili svantaggi che ne sono derivati per i cittadini.
Tornando alla strada ferrata l’unica privatizzazione accettabile, ovviamente del servizio e non della linea, dell’infrastruttura e degli immobili funzionali ad essa, sarebbe quella i cui proventi siano destinati al rilancio del settore ferroviario, quindi con l’obiettivo di favorire il risanamento dei segmenti oggi più carenti, quali il trasporto pubblico locale e il trasporto merci su ferro in alternativa alla gomma, accompagnato da un esteso ammodernamento della linea ed il recupero di efficienza dei servizi.
Per capirci, potremmo accettare una privatizzazione parziale aprendo a gestori privati l’infrastruttura pubblica a patto di implementare e finalmente raddoppiare e elettrificare tutte le linee ferroviarie d’Italia ancora ferme, quelle sì ferme (non come qualcun’altra che viene definita storica) al secolo scorso, ma non accettiamo di privatizzare per gettare una goccia nel mare del debito pubblico, per poi trovarci “cornuti e mazziati” senza servizi, senza fondi e senza proprietà.
Questa è l’impostazione generale delle convinzioni e del ragionamento che ci spingono a presentare questa mozione contro la privatizzazione. Ci sono però altri motivi più cogenti, motivazioni dettate dai testi governativi e dalle dichiarazioni del Governo.
C’è la preoccupazione sulla proprietà dell’infrastruttura ferroviaria, cioè la linea. Se da una parte sono state espresse parole rassicuranti, ancora non si è capito se RFI sarà scorporata dal gruppo FS, se verranno privatizzate solo alcune società del gruppo, se ci saranno cambi societari prima della privatizzazione, e tanto altro ancora. Infatti, lo schema di decreto ha un contenuto estremamente sintetico ed un limitato livello di dettaglio rispetto alle concrete modalità di realizzazione del processo di alienazione della partecipazione, non chiarendo, innanzitutto, se l’intenzione sia quella di collocare sul mercato una quota dell’intera holding di Ferrovie dello Stato Italiane SpA o singoli segmenti di attività, e come questo, dal punto di vista societario possa avvenire.
Non si è quindi neppure in grado di comprendere quale sia l’effettivo perimetro societario oggetto della privatizzazione e di valutare quale potrebbe essere il valore economico-finanziario di questa operazione.
A dire il vero, ci preoccupa anche il tergiversare, il prendere tempo. Non vorremmo che questa attesa, questo laissez faire, laissez passer, non sia un escamotage per poter succhiare ancora quei soldi pubblici e per rendere appetibile per i privati una parte, più economicamente spendibile, delle Ferrovie (good e bad companies fanno scuola).
Infine, vorrei lanciare uno spunto di riflessione, una riflessione incentrata sui cittadini, sui fruitori del servizio, che sono poi quelli che mantengono con il proprio lavoro e le proprie tasse lo Stato, il Governo e pagano anche il nostro stipendio, cari colleghi.
Già possiamo notare come negli ultimi vent’anni lo Stato italiano abbia investito massicciamente per realizzare la rete ad alta velocità/alta capacità (AV/AC), ma vi risparmio tutte quelle note tecniche che segnalano come sia assolutamente impossibile questa commistione tra alta velocità ed alta capacità. Negli anni sono stati spesi circa 28 miliardi di euro e ci sono progettazioni e intenti per una spesa complessiva, ad oggi, di circa 40 miliardi aggiuntivi. Tutto denaro drenato alle linee tradizionali, quelle che ogni giorno, in tutta Italia, milioni di persone utilizzano – o meglio, vorrebbero utilizzare – per andare a scuola e al lavoro.
Questo Stato è riuscito a creare un Paese a due velocità: da una parte i convogli ad alta velocità che collegano le principali destinazioni (Roma, Milano, Napoli, Salerno, Torino, Venezia) con un’offerta sempre più ampia, articolata e sempre più remunerativa per i gestori e quindi costosa per il cittadino; una percorrenza veloce delle lunghe distanze che, per evitare che fosse elitaria e quindi non remunerativa, è stata accompagnata da una progressiva eliminazione dei servizi tradizionali a lunga percorrenza, praticamente ormai inesistenti visto che rimangono ormai pochi intercity notte a collegare il Nord con il Sud Italia; vi è poi la giungla dei treni regionali, costellata di “carri bestiame” da far invidia al terzo mondo. Per quanto riguarda l’altro lato, non devo star qui a raccontarvi le condizioni che potete ben facilmente immaginare, non dico frequentandolo – non sia mai – ma anche solo leggendo la quotidiana cronaca locale. Si viaggia infatti troppo spesso tra tagli di risorse, soppressione di corse, ritardi e disservizi; questo quando si è fortunati: quando va male anche con pioggia, zecche e porte rotte o soppressioni dell’ultimo minuto e via discorrendo.
A questi viaggi della speranza si associano oltre 1.189 chilometri di rete ferroviaria definita “storica” ormai chiusi, perché non ci si poteva lucrare, con buona pace dei servizi pubblici per i cittadini che quell’infrastruttura avevano contribuito a realizzare con il pagamento delle tasse.
La politica annuncia che, dopo la privatizzazione, Ferrovie dello Stato dovrà in ogni caso garantire il rispetto degli obblighi del servizio pubblico universale, con particolare riguardo alla qualità ed efficienza del trasposto pubblico locale. Mi sembra a dir poco fantasioso: non l’ha fatto fino ad oggi, come potrà farlo domani se dovrà aumentare la remunerazione per soddisfare l’investitore privato?
Ci sono troppi interrogativi in questa privatizzazione, troppi nodi da sciogliere e risposte da dare. Non possiamo privatizzare cosi sic et simpliciter; noi siamo per le infrastrutture pubbliche, ma se davvero si vuole privatizzare, deve esserci almeno un piano complessivo del trasporto ferroviario che abbini libero mercato a garanzia dei servizi. Oggi questo non c’è. Fermiamoci e apriamo una fase di confronto tra tutte le parti in gioco, magari anche un progetto legislativo che getti le basi per il ripensamento del sistema di trasporto ferroviario italiano incentrato sul servizio al pendolare, ovvero al cittadino, e sul trasporto pubblico locale.
Conosciamo il proverbio sulla gatta frettolosa; non è il caso di fare cassa sulle spalle dei cittadini, ripensateci. (Applausi dal Gruppo M5S).

DICHIARAZIONE DI VOTO
SCIBONA (M5S). Signor Presidente, abbiamo ascoltato il parere del rappresentante del Governo su queste mozioni. Volevo però rispondere al collega Borioli perché ciò che ha detto è assolutamente anche una nostra preoccupazione nel senso che se si vuole diminuire il deficit vendendo pezzi di Stato, è necessario provvedere all’efficientamento dei sistemi e alla diminuzione degli sprechi altrimenti si finisce per svendere pezzi di se senza poi avere la certezza di un rientro, di un ritorno, di un miglioramento del sistema. Prima di svendere il patrimonio dello Stato, quindi, bisogna efficientare il sistema: eliminare gli sprechi, migliorare la situazione infrastrutturale reale presente, dopo di che si può pensare a qualcos’altro se tutto ciò non fosse sufficiente. Invece accade proprio il contrario.
Come diceva anche il rappresentante del Governo, il problema è proprio l’utilizzo di fondi privati. Noi non siamo liberisti e il mercato liberista dice che l’economia si basa sull’attrazione del mercato quindi se i capitali privati non vengono attratti da certe realtà, lasciatemelo dire, ci sarà un perché. Quindi prima di imporre con la forza l’utilizzo degli ultimi fondi economici di questa popolazione per imprese che attualmente sono in deficit perché hanno investito male, a causa della contingenza o di quel che si vuole, ripeto, sarebbe necessaria un’inversione di tendenza. Se non si riesce ad avere un cambio di rotta è inutile andare a svendere le ultime ricchezze dello Stato italiano, e a maggior ragione dei cittadini, per cercare di ridare sviluppo, ma non voglio usare questa parola perché lo sviluppo non si usa più neanche per le foto, quindi diciamo per migliorare la situazione economica di questo Stato. Bisogna provvedere prima all’efficientamento di quello che c’è. Se non ha funzionato ci sarà un motivo e dunque si cambia.
Parliamone insieme, siamo qui per questo; ovviamente se andate avanti per conto vostro non ci troverete, dopodiché si può vedere cosa fare. La volontà del Governo purtroppo è molto chiara, perché come è stato fatto per l’acqua, disattendendo la volontà popolare, così si sta cercando di fare sul resto, quindi la privatizzazione come modo – mi dispiace ripeterlo – per tirare su capitali che non ha. Quello che una banca non può o non vuole più dare, lo deve dare il privato? Non credo che sia la strada giusta.
Aggiungo anche che non voglio veramente più sentirvi parlare di piano industriale dei servizi pubblici: il servizio pubblico non può avere un piano industriale ma solo un ritorno per la cittadinanza, quindi è un servizio, e un servizio non può essere considerato come un’azienda.
Concludo, tanto quello che c’era da dire l’abbiamo già detto prima, con una preghiera: smettetela di essere anti Stato, smettetela di essere antipolitica, e smettetela soprattutto di accusare noi di essere antipolitica, quando siete voi che state cercando di svendere pezzi di Stato e di dismettere questo Stato.
Oltre alla nostra mozione, che ovviamente avrà voto positivo da parte nostra, annuncio il nostro voto favorevole anche sulla mozione n. 496, a prima firma della senatrice De Petris, l’astensione sulla mozione n. 511, a prima firma del senatore Crosio, pur apprezzandone alcuni punti, il nostro voto contrario sulla mozione n. 545, a prima firma del senatore Romani e sulla mozione n. 550, a prima firma del senatore Sonego. (Applausi dal Gruppo M5S).

#NotteBiancaDemocrazia, l’intervento di Marco Scibona (M5S)

Intervento del portavoce M5S al Senato Marco Scibona nel corso della seduta del 20 gennaio 2016 durante la discussione generale sul disegno di legge costituzionale n. 1429-D – Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione.

SCIBONA (M5S). Signora Presidente, molto è stato detto e da gente sicuramente più titolata di me, ma ci tenevo, anch’io, indegnamente, a lasciare qualche frase agli atti di questa modifica costituzionale (per il momento chiamiamola così: modifica).
Prima di tutto, due parole al senatore Cociancich – che non c’è, ma le sentirà – che mi sembra alquanto confuso. Magari è anche questo il motivo per cui pensa di aver firmato degli emendamenti. Il Presidente di Regione non può ma deve assolutamente entrare nel dibattito per quanto riguarda la sua Presidenza e la sua territorialità di competenza; ma ci sono tutti i sistemi istituzionali per poterlo fare. Più volte ci è capitato di vedere in zona Presidenti di Regione che vengono a parlamentare, a chiedere, a vedere di aggiustare le questioni territoriali. Se venissero qui come senatori non potrebbero essere Presidenti, quindi qualcosa non quadra nel ragionamento che è stato fatto con queste modifiche. Questo, tanto per dirne una. Abbiamo sentito tantissime critiche reali a questo tipo di modifica.
Noi ne abbiamo dette tante, ma non sono state recepite, perché la maggioranza è sorda a un’attività parlamentare costruttiva.
Quello che è successo ieri sera è esemplificativo: noi diciamo delle cose, facciamo proposte e la maggioranza le prende come mera opposizione ostruzionistica, tanto da lasciare al Parlamento le sedute notturne, in modo tale che la gente ha parlato; tanto pensano che diciamo solo sciocchezze mentre loro sanno tutto, hanno la scienza infusa; loro agiscono andando avanti dritti come un fuso.
L’ostruzionismo è altra cosa. Noi abbiamo presentato pochi emendamenti di sostanza, segnalando le criticità di queste modifiche costituzionali. Ma al di là di questo, cosa vuole realmente il popolo? Noi, infatti, siamo qua sempre e solo perché, per necessità, la volontà popolare ci ha voluto affinché amministrassimo il sistema Paese.
Mi sembra che – lo abbiamo già detto – non sia proprio il momento di andare a valutare modifiche costituzionali (di questo tipo oltretutto). Come poi i cittadini sentono questa riforma?
Noi per primi parliamo sempre di evolvere, di modificare, di migliorare, ma in questo senso una riforma costituzionale che vada ad eliminare la Camera alta deve quantomeno seguire determinati principi, quali l’onestà, la trasparenza, l’economicità, l’efficienza. Ecco, sull’efficienza – ma anche sugli altri principi – abbiamo già detto. Effettivamente l’efficienza di una Camera la si vede da quanto velocemente possano passare determinati proponimenti, ovviamente quelli che interessano i partiti, la maggioranza, i politici (quelli con la P minuscola).
Abbiamo visto la Boccadutri – lo abbiamo già detto, ma non è la sola – mentre altre proposte di modifica giacciono per intere legislature nei cassetti per essere poi riproposte il giro dopo, anche per appagare la faccia davanti al Paese, ma mai per portarle davvero a compimento.
Anche per quanto riguarda l’economicità è stato già detto: questa non sarà sicuramente la via per risparmiare denaro. A differenza di quanto detto, io, per esempio, non concordo sulla diminuzione del numero dei parlamentari, o almeno non in linea di massima; in seconda istanza sì. In prima istanza, memore e conscio di quella che è stata la storia di questo Paese, dove qualcuno si è avvantaggiato economicamente per agevolare una maggioranza che era un po’ tentennante, il fatto che ci siano più parlamentari può essere, purtroppo, una garanzia per questo modo di vedere lo Stato, per avere comunque più possibilità che qualcuno non riesca a pagare tutti, o che comunque debba pagarne di più.
L’onestà e la trasparenza sono ormai un sogno, almeno per quanto riguarda questa politica, perché tutto viene fatto nelle segrete stanze; tutto viene fatto a colpi di decreto, e quindi anche la parola democrazia ormai ha perso di significato. Ovviamente, politicamente anche l’attività della Camera può essere influenzata da quello governativa, perché, con tutti i decreti che vengono portati avanti, non rimane più spazio per la vera attività legislativa della Camera (intesa come alta e bassa). Insomma, questa riforma non rispecchia assolutamente quella che può essere una necessità da parte della popolazione.
Perché si fa questa “schiforma” istituzionale, come è stato già detto e stradetto? Ci sarà sicuramente dell’interesse a portare in queste Aule qualcuno di affidabile e di più controllabile e malleabile ai dettami di qualcuno.
Cosa sente in realtà la popolazione? Sono già stati letti degli interventi di gente comune, del popolo. Anche io ne vorrei leggere uno, tanto per lasciare un altro segno. Mamma Silvia (che non è mia moglie, si chiama così) mi ha scritto quanto segue: «Se puoi di per me queste parole: sono indignata, sono atterrita dalla vostra fredda assenza di senso etico, di responsabilità, di attenzione alle reali necessità delle persone di questo Paese. Non siete padri, non siete madri, perché altrimenti vi comportereste diversamente. Se anche avete figli state tradendo il loro futuro e anche quello di tutti i figli nostri. Siete il peggior esempio di cittadini e di esseri umani. La coscienza è molto che ha abbandonato il vostro animo, il cuore evidentemente è un mero organo e nient’altro. Non voglio dire che mi fate schifo, perché è riduttivo di ciò che davvero provo. Se davvero foste capaci di vedervi dall’esterno onestamente, vedreste lo sguardo meschino che vi caratterizza quando aprite bocca in nome del popolo italiano (…) in ogni vostro pensiero, teso solo ad accumulare ed accumulare tutte cose che nella tomba non vi potrete portare. Non sentite i vostri passi pesanti su questo mondo, su questa bella terra che è l’Italia? Sono sicura che non potrete mai assaporare la leggerezza euforica che dà l’essere onesti, limpidi e trasparenti, l’essere buoni e generosi e più di ogni altra cosa disinteressati e responsabili. Il vostro passo pesante rimbomba, fa tremare la terra e spero che prima o poi possiate sprofondare nelle voragini buie da voi stessi create. Mamma Silvia». Questa lettera è abbastanza esemplificativa.
La questione costituzionale ha anche un valore profondo, nel senso che l’Italia è sempre stata un agglomerato di territorialità e non c’è mai stata una coscienza unitaria nazionale proprio perché nelle varie zone si sono sviluppate società governative amministrative distinte e separate, poi agglomerate (o almeno si è cercato e si sta ancora tentando di agglomerarle) a partire dalla Costituzione. Quindi, la Costituzione è anche un mezzo da utilizzare per creare una coscienza nazionale.
Di questo ed altro parlava anche Dossetti, un vero Padre costituente e non come voi. Nei suoi discorsi tratta anche queste questioni. Ne cito uno: «Orbene, la Costituzione del ’48 – la prima non elargita ma veramente datasi da una gran parte del popolo italiano, e la prima coniugante le garanzie di uguaglianza per tutti e le strutture basali di una corrispondente forma di Stato e di Governo – può concorrere a sanare ferite vecchie o nuove nel nostro processo unitario e a fondare quello che, già vissuto in America, è stato ampiamente teorizzato da giuristi e socialisti della Germania di Bonn e chiamato “Patriottismo della Costituzione”». Ancora, possiamo assumere che la Costituzione del 1948 è un presidio di difesa e di legalità comune a tutti: «Tutte le attuali parti politiche dovrebbero considerare la funzione che la nostra Legge fondamentale ha esercitato negli anni difficili della prima costruzione della nostra vita democratica: anni di divisioni profonde ricollegantisi ad una radicale spaccatura del mondo, tra Ovest ed Est; anni di contrapposizioni durissime tra i partiti che, pur lottando con indicibile asprezza, tuttavia mai pensarono di denunciare il Patto e, anzi, proprio in virtù di esso, riuscirono a mantenere le ragioni di una reciproca coesistenza. Questo Patriottismo della Costituzione può concorrere, per oggi e per domani, a un rinsaldamento della nostra unità.
Certo, posso convenire con Norberto Bobbio che questo patriottismo si pone su un altro piano rispetto al patriottismo nazionale, ma lo stesso Bobbio ammette per lo meno che l’uno e l’altro patriottismo si possono completare e rafforzare a vicenda e che anche il patriottismo della Costituzione non deriva da un semplice contratto paritario ma si fonda, così come risulta dallo stesso testo, su alcuni principi ultimi non negoziabili. Esso può perciò costruire e garantire uno spazio sottratto alla negoziazione ed al semplice do ut des. È quindi uno spazio sottratto sia al conflitto politico, sia alla contrattazione. Quindi, in definitiva, esso può riuscire, come ho detto, ad essere di garanzia per qualsiasi parte politica in qualsiasi situazione, di maggioranza o di minoranza, si venga essa a trovare.
Questo è un problema serio che abbiamo più volte segnalato, ovviamente nell’assoluta indifferenza della maggioranza, un nodo che verrà per forza al pettine perché la ciclicità è cosa normale nelle Aule parlamentari e bisognerà vedere cosa succederà.
Non la tirerei molto alla lunga, anche perché arriviamo da giorni e giorni di lavoro. Vorrei concludere dicendo che, per certi versi, abbiamo anche noi del Movimento 5 Stelle alcune colpe, perché abbiamo stilato un programma che andava verso il bene comune dei cittadini e non siamo riusciti ad impedire che questo Governo prendesse i titoli del nostro programma e ne cambiasse il contenuto. Così, parlare di riduzione dei costi della politica si risolve, in mani ad un Renzi qualsiasi, nell’abolizione della democraticità della Camera alta, Camera alta che fa parte della storia di questo Paese e non solo, della storia della civiltà.
Penso al significato della sigla SPQR: Senatus populusque romanus. Adesso potremo cambiarlo in: «Sono pazzi questi renziani», sulla falsariga di quanto diceva Asterix. (Applausi dal Gruppo M5S).
In effetti, mi sento un po’, se non l’Asterix, l’Obelix della situazione e noi tutti lo siamo. Effettivamente, questi renziani sono pazzi a voler cambiare un gioiello come la Carta che ci è stata donata dai nostri Padri costituenti. (Applausi dal Gruppo M5S).

Dichiarazione di voto su Accordo Italia-Francia su esecuzione operazioni congiunte di polizia.

Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 543 del 26/11/2015

SCIBONA (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SCIBONA (M5S). Presidente, colleghi, oggi ci troviamo a ratificare un accordo tra il nostro Paese e la Francia, firmato dai ministri competenti nel dicembre del 2012.

Questo testo appare in verità subdolo, volutamente impreciso in alcune parti e ormai abbondantemente superato dal tempo e dagli eventi. Non nascondiamolo, non giriamoci intorno. In questo testo non vediamo il comma 1-bis dell’articolo 2, quello che specifica meglio quel concetto di “mantenere l’ordine pubblico”, ovvero operazioni congiunte di polizia antisommossa in quegli scenari transfrontalieri per territorio o per intenti: il cantiere TAV di Chiomonte in Valle di Susa, con i temuti NoTav, la frontiera di Ventimiglia con i migranti, tanto per fare due esempi.

Per quanto riguarda la grande opera inutile, già abbiamo ceduto al diritto francese i controlli e la legislazione applicata, creando a Chiomonte un’area di pseudo extraterritorialità. Non a caso, la società TELT, promotore responsabile della realizzazione del tunnel geognostico e della gestione della sezione transfrontaliera della nuova linea, è una società di diritto francese.

Adesso forniamo il contorno giuridico per far sì che quelle manganellate – che là abbondano – abbiano il retrogusto francese e la grande problematica dei fautori dell’ordine pubblico sarà capire come si traduce “tonfa” in francese.

Discorso simile vale per i territori di confine; penso a Ventimiglia, dove agevoleremo la Francia a respingere gli immigrati e non a rimpatriarli, ma a respingerli sul nostro territorio, lasciando poi, come sempre, a noi l’onere di occuparcene.

Ricordo anche che sul lato austriaco vige già un simile accordo per far sì che i migranti non possano uscire dal territorio italiano; infatti la polizia austriaca opera sui nostri treni, sul nostro territorio, spingendosi fino a venti chilometri dentro il nostro suolo italico ed agendo con piena autonomia. Sono all’onor di cronaca alcune vicende che raccontano come alcuni migranti vengano, senza troppa cura, spinti giù dai treni.

Scorrendo il testo del trattato, non possiamo non soffermarci su quelle parti che parlano di equipaggiamento e di divise. Sarà quantomeno curioso vedere gli agenti francesi con il codice identificativo sulle divise che compiono operazioni con la polizia italiana completamente anonima, invece. È, infatti, da novembre 2012 che la Francia ha adottato elementi identificativi sulle divise dei poliziotti mentre da noi la questione è insabbiata al Senato, dove un disegno di legge del Movimento 5 Stelle ed altri disegni di legge con lo stesso tema, giacciono morenti in 1a Commissione, vittima delle scuse e dei temporeggiamenti del ministro Alfano, con la complicità del Partito Democratico, che – si sa – è colluso con l’antidemocraticità, odia la trasparenza e strizza l’occhio alla violenza.

Un accordo, dunque, fatto male, che risponde solo alle esigenze di quegli interessi economici che vi sovvenzionano le campagne elettorali. Tra l’altro, questa ratifica è temporalmente assurda. Questo accordo è stato firmato tre anni fa in tutt’altra situazione politica; dovreste vergognarvi per questa ratifica che avviene ora. Ma, si sa, la vergogna va a braccetto con la dignità: se manca una, non può esserci l’altra.

Sarebbe servito un accordo in materia di antiterrorismo. Avremmo voluto leggere misure per il rafforzamento tra le comunicazioni di intelligence dei rispettivi Paesi, magari per evitare che in tutto il Nord Italia si cerchi un’auto Seat nera con sopra un terrorista quando sempre la stessa vettura è già stata trovata e fermata il giorno prima in Francia. Avremmo voluto uno stop al mercato delle armi verso certe zone in cui trovano rifugio i terroristi. Avremmo voluto mirati controlli ed operazioni di polizia volti a prevenire i terribili attentanti che abbiamo visto a Parigi.

Vorremmo in realtà una cooperazione internazionale in materia di difesa e sicurezza, affrontata in maniera seria e responsabile, e sopratutto una pianificazione Europea. In questo accordo tutto questo non c’è. Qui c’è solo una linea guida, piena di passaggi ambigui e ad arte di libera interpretazione. Qui c’è solo la volontà di cooperare per sopprimere il legittimo dissenso e le proteste – scomode al potere – della cittadinanza. Noi non ci stiamo e, per esprimermi con il vostro linguaggio, annuncio che voteremo convintamente contro questa ratifica. (Applausi dal Gruppo M5S).

 

Intervento in Aula sul Tribunale permanente dei popoli

Ieri, in Aula, sono intervenuto per portare a conoscenza dei colleghi la sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli in merito i “Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e e grandi opere – dal TAV alla realtà globale”.
Ora nel resoconto della seduta del Senato della Repubblica c’è il testo del dispositivo della sentenza.
La giusta causa Valsusina lascia un altro segno nelle istituzioni!
Speriamo che presto inizi ad incidere anche le coscienze…

538a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO STENOGRAFICO
MARTEDÌ 17 NOVEMBRE 2015

SCIBONA (M5S). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SCIBONA (M5S). Signor Presidente, visto che il mio intervento è lungo e che in Aula c’è molto bailamme, chiedo fin d’ora di poterlo pubblicare in Allegato ai Resoconti della seduta odierna.
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza in tal senso.
SCIBONA (M5S). Desidero portare a conoscenza di questa Aula e dei cittadini che seguono i nostri lavori che, nei giorni dal 5 all’8 novembre, si è svolta a Torino e in alcune località della provincia una sessione del tribunale permanente dei popoli (TPP).
Si tratta di un tribunale spontaneo d’opinione che trae ispirazione dal tribunale Russell, si compone di esperti di diritto, scrittori ed altri intellettuali, esprime valutazioni morali rivolte all’opinione pubblica su questioni di violazione dei diritti umani e dei diritti dei popoli in tutto il Pianeta.
Secondo l’articolo 2 dello statuto, la sua attività consiste nel promuovere il rispetto universale ed effettivo dei diritti fondamentali dei popoli, determinando se tali diritti sono violati, esaminando le cause di tali violazioni e denunciando all’opinione pubblica mondiale i loro autori.
Creato a partire dalla Fondazione internazionale Lelio Basso per i diritti e la liberazione dei popoli, fondata nel 1976 e conseguente alla Dichiarazione universale dei diritti dei popoli (anche nota come Carta di Algeri), il TPP si rifà inoltre alla Dichiarazione universale dei diritti umani, alla Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni, ai trattati e a dichiarazioni internazionali non vincolanti. (Brusio).
AIROLA (M5S). Non si sente niente!
SCIBONA (M5S). La sessione di interesse ha avuto il titolo «Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi opere, dal TAV alla realtà globale» e, in data 8 novembre 2015 presso Almese, Comune della Valle di Susa, è stata data lettura pubblica del dispositivo della sentenza emessa, che io credo che possa dare a questa Aula importanti spunti di riflessione su cosa sia la democrazia e su come in questa vicenda sia stata ampiamente calpestata dallo Stato.
Il dispositivo, infatti, afferma che «considerando la Dichiarazione universale dei diritti dei popoli adottata in Algeri nel 1976 e in particolare gli articoli 7 e 10; considerando l’insieme dei trattati internazionali e degli altri strumenti di protezione dei diritti umani, inclusi i diritti economici, sociali, culturali e ambientali, così come i diritti civili e politici; considerando, in particolare, l’articolo 21 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 10 di dicembre 1948 e l’articolo 25 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 16 dicembre 1966, che riconoscono il diritto di tutte le persone alla partecipazione nelle questioni di interesse pubblico; considerando la Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale, adottata in Aarhus il 25 giugno del 1998 (di cui sono membri 46 Stati, tra cui l’Italia dal 13 giugno 2001 e la Francia dall’8 luglio 2002), e approvata dall’UE con la decisione del Consiglio n. 370 del 2005 del 17 febbraio 2005 e la cui applicazione parziale a livello comunitario si è realizzata con la direttiva n. 4 del 2003 relativa all’accesso della società civile all’informazione ambientale (…)». Vedo che il microfono continua a lampeggiare.
PRESIDENTE. Concluda pure, senatore.
SCIBONA (M5S). La ringrazio, signor Presidente. Il dispositivo continua nel modo seguente: «e la direttiva n. 35 del 2003 relativa alla partecipazione del pubblico nelle procedure relative all’ambiente; considerando la direttiva 85/337/CEE del 27 giugno 1985 riguardante la valutazione dell’impatto di progetti pubblici e privati sull’ambiente, modificata con la direttiva 2011/92/UE riguardante la valutazione dell’impatto di progetti pubblici e privati sull’ambiente e la direttiva 2014/52/UE del 16 aprile 2014;… (Il microfono del senatore Scibona lampeggia ripetutamente).
Signor Presidente, può interrompermi quando vuole dal momento che lascerò agli atti il testo dell’intervento.
PRESIDENTE. Le avevamo appunto concesso del tempo supplementare. Se vuole, può almeno concludere la frase.
SCIBONA (M5S). Grazie, signor Presidente, ma mi interrompo qui e consegno la restante parte dell’intervento.

[…]

Integrazione all’intervento del senatore Scibona su argomenti non iscritti all’ordine del giorno
Considerando l’insieme di prove documentali e le testimonianze che sono state presentate in questa sessione,
ritiene che deve essere menzionato l’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che afferma che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali per dignità e diritti. E soprattutto che “essi sono dotati di ragione e coscienza, e devono agire gli uni verso gli altri in uno spirito di fraternità”. Il concetto di fraternità, troppo spesso sostituito con quello di solidarietà, ha un valore costituzionale nel diritto francese (Preambule e articolo 2, Costituzione francese 4/10/1958) e rinvia all’idea che proprio sulla fraternità degli umani a livello mondiale e sulla sua dimensione intergenerazionale che si fonda l’imperativo della protezione dell’ambiente. È perciò importante restituire al concetto di fraternità il suo valore giuridico, come principio attivo che ispira, guida e fornisce una quadro di riferimento all’elaborazione della legge. Nella Costituzione italiana, che prevede come obbligatorio e non derogabile il compimento dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale, il principio di fraternità è assente, ma l’esigenza della realizzazione dei doveri sopra ricordati rinvia di fatto alla nozione di fraternità, così come questa viene utilizzata nella Dichiarazione universale dei diritti umani. È questo principio fondamentale di “fraternità” che è al cuore delle rivendicazioni delle persone che si sono mobilitate contro il TAV, il grande progetto inutile.
IL TRIBUNALE
adeguandosi alle tendenze culturali e giuridiche che si vanno ormai affermando e che sono garantite dai trattati e dalle altre norme internazionali sopra richiamate, riguardanti i comportamenti in materia di costruzione di grandi opere, intese come le opere che producono importanti effetti territoriali e ambientali, elencate negli allegati alla Convenzione di Aarhus:
riconosce tra i diritti fondamentali degli individui e dei popoli, quello alla partecipazione ai procedimenti di deliberazione relativi alle stesse opere. Questo diritto, oltre a essere espressione del diritto di partecipazione degli individui e dei popoli al proprio Governo – come stabilito nella Dichiarazione universale dei diritti (articolo 21) e nel Patto sui diritti civili e politici (articolo 25) – è funzionale ai principi della democrazia e della sovranità popolare e alla garanzia dell’effettivo rispetto degli altri diritti umani, incluso il diritto all’ambiente e a condizioni vita conformi alla dignità umana degli individui e delle comunità locali coinvolte dalle opere.
Ritiene censurabili tutti quegli Stati che, in diritto e nella prassi, non aprano a forme efficaci di partecipazione – il cui modello può essere attinto alla Convenzione di Aarhus – nei procedimenti relativi alle grandi opere.
Pertanto richiede a tutti gli Stati, in Europa e nel mondo, di dotarsi delle norme e di seguire le prassi a ciò necessarie.
I casi esposti nella sessione del TPP dai rappresentanti delle comunità di Val di Susa, Notre Dame des Landes, di Londra, Birmingham e Manchester, di Rosia Montana e Corna, dei Paesi Baschi di Francia e di Spagna, di Stoccarda, di Venezia, di Firenze, della Basilicata e delle Regioni d’Italia interessate ai progetti di trivellazione, di Messina e di Niscemi, e di tutti gli altri progetti presi in considerazione, documentano un modello generalizzato di non conformità operativa a questi principi, da parte di un gran numero di governi e di enti pubblici oltre che dei committenti esecutori di grandi opere.
IL TRIBUNALE
giudica illegittima questa condotta procedurale e la denuncia davanti all’opinione pubblica mondiale e dichiara
– che in Val di Susa si sono violati i diritti fondamentali degli abitanti e delle comunità locali. Da una parte, quelli di natura procedurale, come i diritti relativi alla piena informazione sugli obiettivi, le caratteristiche, le conseguenze dei progetto della nuova linea ferroviaria tra Torino e Lione (conosciuto come TAV), previsto inizialmente nell’Accordo bilaterale tra Francia e Italia del 29 gennaio 2001; di partecipare, direttamente e attraverso i suoi rappresentanti istituzionali, nei processi decisionali relativi alla convenienza ed eventualmente, al disegno e alla costruzione del TAV; di avere accesso a vie giudiziarie efficaci per esigere i diritti sopra menzionati. Dall’altra parte si sono violati diritti fondamentali civili e politici come la libertà di opinione, espressione, manifestazione e circolazione, come conseguenze delle strategie di criminalizzazione della protesta che saranno dettagliate più avanti;
– che queste violazioni si sono realizzate tanto per commissione che per omissione. Da un lato, la omissione di uno studio serio di impatto ambientale del progetto nel suo complesso, prima della sua autorizzazione; non si è garantita una informazione completa né veritiera in tempi sufficientemente precoci alle comunità coinvolte; si sono esclusi gli individui e le comunità locali da ogni procedura effettiva di partecipazione nella deliberazione e nel controllo della realizzazione delle opere, simulando anzi procedure di partecipazione fittizie e inefficaci; non si è dato corso ai procedimenti attivati nei tribunali per far valere i diritti di accesso alla informazione e alla partecipazione nei processi decisionali. D’altra parte ci sono le violazioni che sono il prodotto di azioni deliberate e pianificate: la diffusione di informazioni contenenti falsità e manipolazione dei dati relativi alla necessità, alla utilità, all’impatto dei lavori; la simulazione di un processo partecipativo con l’istituzione dell’Osservatorio per il collegamento ferroviario Torino-Lione, che arriva ad escludere i dissidenti (decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 19 gennaio 2010), e ad annunciare un accordo inesistente, il cosiddetto Accordo di Pra Catinat del giugno 2008, utilizzato largamente nei rapporti con l’opinione pubblica e le istituzioni europee; la adozione di misure legislative aventi come obiettivo l’esclusione della partecipazione dei cittadini e delle comunità locali; la strategia di criminalizzazione della protesta con pratiche amministrative, legislative, giudiziarie, di polizia, che includono anche la persecuzione penale sproporzionata e la imposizione di multe eccessive e reiterate, l’uso sproporzionato della forza;
– che, in particolare, dichiarano abusivamente i territori attinenti alla costruzione di grandi opere “zone di interesse strategico”, con regimi speciali che modificano e interferiscono con le competenze di gestione del territorio escludendone le amministrazioni locali, con la legge n. 443 del 21 dicembre 2001, conosciuta come legge obiettivo (“Delega al Governo in materia di infrastrutture ed insediamenti produttivi strategici ed altri interventi per il rilancio delle attività produttive”), e il decreto-legge 190 del 20 agosto 2002 (“Attuazione della legge 21 dicembre 2001, n. 443, per la realizzazione delle infrastrutture e degli insediamenti produttivi strategici e di interesse nazionale”) o il decreto-legge 133, del 12 settembre 2014 (“recante misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive”). Le successive modifiche della posizione governativa nella utilizzazione della legge obiettivo nel caso TAV hanno portato, sulla base di dati falsi, alla decisione della sentenza del Tribunale amministrativo del Lazio adito sul punto dalla Comunità Montana che, in una sentenza (sentenza 02372-2014 Tar Lazio 04637-2011 Reg. Ric), ha dedotto da una nota ministeriale la prova che l’opera non fosse mai uscita dalla legge obiettivo, mentre l’allegato al 7° DPEF 2010-2013, al quale si riferisce la nota ministeriale, attesta esattamente il contrario. La sentenza è irrevocabile in quanto non impugnata dalla Comunità Montana, perché la stessa è stata dichiarata estinta (commissariata) con decreto della Regione Piemonte dopo soli tre giorni dalla notifica della sentenza;
– che le centinaia di progetti qualificati come strategici possono essere assoggettati (come sta accadendo in Val Susa) al controllo di polizia e militare ed interdetti ai cittadini. Nel caso del cantiere della Maddalena di Chiomonte, da una parte l’articolo 19 della legge 12 novembre 2011, n. 183 (più nota come “legge stabilità” o finanziaria 2012) prevede, sotto la rubrica «Interventi per la realizzazione del corridoio Torino-Lione e del Tunnel del Tenda» che “le aree ed i siti del Comune di Chiomonte, individuati per l’installazione del cantiere della galleria geognostica e per la realizzazione del tunnel di base della linea ferroviaria Torino-Lione, costituiscono aree di interesse strategico nazionale”, spostando sul luogo truppe dell’esercito italiano. D’altra parte si è proceduto ad una applicazione scorretta dell’articolo 2 del Testo unico di pubblica sicurezza, ampliando in misura esagerata l’aera interessata, e convertendo in permanente un provvedimento, che poteva essere solo transitorio, attraverso successive ordinanze emerse a partire dal 22 giugno 2011 dal prefetto di Torino, che ha assegnato l’area adiacente al cantiere alle forze di polizia, vietando l’accesso, lo stazionamento dell’area, e la circolazione nelle zone limitrofe. Nella loro visita alla zona, i membri di una delegazione del TPP sono stati trattati come potenziali delinquenti. Ciò rende evidente che gli effetti sulla vita quotidiana degli abitanti sono stati enormi, tanto dal punto di vista degli ostacoli posti alle normali attività lavorative (spostamenti da o verso i propri luoghi di residenza e i luoghi di lavoro agricolo), come dal punto di vista del danno morale rappresentato dal fatto di dover continuamente esibire documenti di identificazione ed essere sottoposti all’arbitrarietà degli agenti di forza pubblica per l’autorizzazione o meno al passaggio, o dal fatto di dover essere, in tempo di pace, osservatori impotenti della occupazione delle proprie terre, da parte delle Forze armate nazionali, con una azione diretta contro cittadine e cittadini del loro stesso stato. In questo contesto sono represse, in quanto considerate questioni di sicurezza pubblica, le manifestazioni di pensiero e di riunione, e sono accusati perfino di reati di terrorismo coloro che vi prendono parte, affidando alla repressione di polizia e giudiziari problemi di rilevanza democratica e sociale;
– che le persone che si mobilitano contro il TAV, come contro l’aeroporto di Notre Dame des Landes o in altri progetti, devono essere considerate come “sentinelle che lanciano l’allarme” al constatare violazioni di diritto che possono avere un grave impatto sociale ed ambientale e che, con modalità legali, cercano di allertare le autorità in vista della cessazione di atti contrari agli interessi di tutta la società. Accademici, professionisti, amministratori pubblici, lavoratori agricoli, qualsiasi abitante possono svolgere questo ruolo. Nel diritto europeo sono molte e precise le regole e le raccomandazioni che definiscono lo statuto di questa funzione di “sentinelle che lanciano l’allarme”: queste regole sono vincolanti per i giudici dei singoli Paesi (Consiglio d’Europa, Résolution 1729 (2010) du 29 avril 2010 e Recommandation CM/Rec(2014)7 du 30 avrii 2014);
– che il ricorso alla denigrazione e alla criminalizzazione della protesta è la documentazione più evidente della inconsistenza e della mancanza di credibilità degli argomenti dei promotori delle grandi opere, che mirano a convincere le persone e le comunità colpite della bontà e dei vantaggi dei progetti. In questa attività partecipano in modo determinante i mezzi di comunicazione più diffusi, che sostituiscono con una esplicita disinformazione al servizio degli interessi dei loro proprietari e gestori, la loro funzione di servizio al diritto all’informazione;
– che l’autorizzazione per l’inizio dei lavori per il tunnel della Maddalena è particolarmente grave, in quanto decisa prescindendo: dal principio di precauzione, senza uno studio preliminare di impatto ambientale in grado di definire in modo adeguato il rischio attuale e futuro derivante dalla probabile presenza di amianto e di urano, e dall’impatto sugli equilibri idrogeologici dell’area; dal principio di prevenzione in quanto non esiste a tutt’oggi un piano definito di analisi e di trattamento del materiale che si sta estraendo. È da notare, tra l’altro, che tutto ciò ha comportato la distruzione deliberata e ingiustificabile di una necropoli datata a 4000 anni a.c., che rappresentava un elemento fondamentale del patrimonio archeologico della Regione, dimostrando in tal modo la mancanza assoluta di sensibilità sociale e culturale dei suoi autori;
– che la responsabilità di queste violazioni deve essere attribuita in primo luogo ai Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi due decenni, alle autorità pubbliche responsabili della assunzione delle decisioni e delle misure che sono state sopra denunciare, ai promotori del progetto e all’impresa responsabile della sua esecuzione TELT (Tunnel Euralpin Lion Turin);
– che la responsabilità di queste violazioni deve essere attribuita anche all’Unione europea che, con la sua omissione di risposte concrete alle denunce ripetutamente formulate dalle comunità colpite e presentate alla Commissione di petizioni del Parlamento europeo e con la accettazione acritica delle posizioni dello stato italiano, permette in consolidamento e ciò che è ancor più grave, il cofinanziamento di un’opera che si sviluppa in chiara violazione del principio di precauzione, affermato nell’articolo 191 del trattato di funzionamento dell’UE, delle direttive europee sulla valutazione di impatto ambientale dei progetti, sull’accesso alla informazione e sulla partecipazione all’adozione di decisioni riguardanti l’ambiente, distorcendo così il criterio di priorità che prevede la costruzione dei collegamenti non ancora conclusi e l’eliminazione di colli di bottiglia specialmente nelle tratte transfrontaliere secondo le corrispondenti e vigenti norme europee (Reglamento UE n° 1315/2013 del Parlamento Europeo y del Consejo, de 11 de diciembre de 2013, sobre las orientaciones de la Union para el desarrollo de la Red Transeuropea de Transporte, y Reglamento UE No 1316/2013 del Parlamento Europeo y del Consejo de 11 de diciembre de 2013 por el que se crea el Mecanismo «Conectar Europa»);
– che si sottolinea la particolare gravità e insensibilità del comportamento del coordinatore europeo del corridoio TEN-T Mediterraneo Laurence Jan Brinkhorst che ha contribuito alla diffusione informazioni non controllate e alia squalificazione della protesta delle comunità di vai di Susa ignorandone i contenuti reali, e stigmatizzandole come poco rappresentative e violente;
– che la non applicazione dei principi di cui sopra volti ad assicurare la partecipazione piena ed effettiva dei cittadini, tanto ben documentata nel caso della Val Susa, non è un caso isolato in Italia come si è avuto occasione di constatare con tutti i casi presentati nelle udienze pubbliche e come il TPP ha potuto constatare in molte altre focalizzate su citazioni extraeuropee;
– che tutto quanto è stato sottolineato, sembra dimostrare la esistenza di un modello consolidato di comportamento nella gestione dei territorio e delle dinamiche sociali ogni volta che ci si trova in uno scenario di approvazione e realizzazione delle grandi opere infrastrutturali: i Governi sono al servizio dei grandi interessi economici e finanziari, nazionali e sovranazionali e delle loro istituzioni nel disporre senza limiti né controllo dei loro territori e delle loro risorse: si ignorano totalmente le opinioni, gli argomenti, ma ancor più il sentire vivo delle popolazioni direttamente colpite. Ciò rappresenta, nel cuore dell’Europa, una minaccia estremamente grave all’essenza dello stato di diritto e del sistema democratico che deve necessariamente essere fondato sulla partecipazione e la promozione dei diritti ed il benessere, nella dignità, delle persone.
Questa sessione ha permesso al TPP di apprezzare e condividere la enorme capacità delle comunità di Val di Susa di mettere in comune la loro energia e le loro conoscenze, che sono il risultato di competenze scientifiche e tecniche e di saperi diffusi che derivano da una vita e un lavoro quotidiano con profonde radici nel territorio, e che hanno permesso di costruire una realtà conoscitiva e una narrazione coerenti, convincenti, e tali da permettere di mantenere per venticinque anni una lotta esemplare in difesa dei loro diritti fondamentali.
RACCOMANDAZIONI
Constatando che, sia nel caso del TAV Torino-Lione, che nel caso dell’aeroporto di Notre Dame des Landes e in tutti i casi esaminati in questa sessione dedicata a “Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi opere”, il diritto all’informazione e alla partecipazione dei cittadini, così come molti altri diritti fondamentali, sono stati violati,
IL TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI
Raccomanda, nel caso del TAV Torino-Lione, agli Stati italiano e francese, di procedere a consultazioni serie delle popolazioni interessate, e in particolare degli abitanti della Val di Susa per garantire loro la possibilità di esprimersi sulla pertinenza e la opportunità del progetto e far valere i loro diritti alla salute, all’ambiente, e alla protezione dei loro contesti di vita. Queste consultazioni dovranno realizzarsi senza omettere nessun dato tecnico sull’impatto economico, sociale e ambientale del progetto e senza manipolare o deformare l’analisi della sua utilità economica e sociale. Si dovranno esaminare tutte le possibilità senza scartare l’opzione “0”. Finché non si garantisce questa consultazione popolare, seria e completa, la realizzazione dell’opera deve essere sospesa in attesa dei suoi risultati, che devono essere in grado di garantire i diritti fondamentali dei cittadini.
Raccomanda allo Stato francese, nel caso dell’aeroporto di Notre Dame des Landes, di presentare uno studio documentato sulla opportunità e necessità del progetto e ie sue conseguenze sociali, economiche, ambientali e di sospendere la realizzazione dell’opera.
Raccomanda al Governo italiano di rivedere la legge obiettivo del dicembre 2001, che esclude totalmente le amministrazioni locali dai processi decisionali relativi al progetto, così come il decreto sblocca Italia del settembre 2014 che formalizza il principio secondo il quale non è necessario consultare le popolazioni interessate in caso di opere che trasformano il territorio.
Il controllo militare del territorio nella zona del progetto di Val di Susa costituisce un uso sproporzionato della forza. In uno Stato democratico in tempo di pace, l’esercito non può intervenire su affari interni, limitando i diritti di cittadinanza garantiti dalla Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dalla Convenzione europea dei diritti umani. Il TPP raccomanda di sospendere la occupazione militare della zona.
Lo Stato deve anche astenersi dal criminalizzare la protesta cittadina giustificata per l’assenza di concertazione e protetta dalla Costituzione e da molti strumenti internazionali ratificati dall’Italia. Il TPP raccomanda allo Stato di non ostacolare l’espressione della protesta sociale.
Chiede alla Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte di ispezionare la zona archeologica de la Maddalena per verificare i danni apportati ai reperti dai mezzi militari, secondo testimonianze raccolte sul luogo anche da parte dal tribunale, così da adottare i provvedimenti di salvaguardia e di ripristino necessari.
Chiede alle istituzioni europee competenti, Commissione europea e Commissione delle petizioni del Parlamento europeo di esaminare con la serietà necessaria e in modo critico i progetti presentati dalle imprese promotrice e gli Stati, prendendo in considerazione l’interesse reale delle comunità colpite e delle popolazioni in generale.
Raccomanda ai Governi di considerare l’attivazione di grandi opere solo se vagliate da procedure tecniche partecipative serie ed efficaci che ne dimostrino l’effettiva necessità nel sostituire o integrare infrastrutture esistenti di cui sia accertata l’impossibilità di migliorie significative; di dare priorità rispetto alle grandi opere a programmi vasti ed efficaci inerenti i servizi e le opere di interesse vitale e quotidiano dei cittadini, quali le opere di contrasto di fenomeni idrologici e idrogeologici e situazioni di degrado e di mancanza di manutenzione dell’edilizia e dei trasporti di pubblico interesse.
Gli Stati hanno il dovere costituzionale di proteggere i diritti dei loro cittadini. Per questo motivo devono perciò assicurare questa protezione contro le lobby economiche e finanziarie nazionali o transnazionali esaminando ogni progetto secondo i criteri definiti da vari trattati internazionali, in particolare la Convenzione di Aarhus del 25 giugno 1998 che prevede una informazione adeguata ed efficiente, la partecipazione effettiva dei cittadini durante tutto il processo di decisione e l’obbligo delle istituzioni competenti di tenere in conto in modo adeguato dei risultati derivanti dalla partecipazione dei cittadini.
Infine, il tribunale raccomanda ai movimenti sociali, alle associazioni e ai comitati che si battono o potrebbero battersi contro le violazioni degli obblighi di cui sopra in materia di grandi opere, di richiedere, col necessario vigore, secondo l’esempio di ciò che è avvenuto in Val di Susa, agli Stati e agli altri soggetti tenuti ad assicurare la partecipazione del pubblico alle procedure di deliberazione di grandi opere di praticare in concreto tali procedure fin dall’inizio di ogni attività di deliberazione e per tutta la loro durata, così come richiesto dalla Convenzione di Aarhus; nonché di sperimentare ogni legittimo strumento per costringerveli in caso di inadempimento degli obblighi suddetti, in particolare il ricorso al Comitato sull’adempimento della Convenzione di Aarhus.
COMPOSIZIONE DELLA GIURIA
Presidente:
Philippe Texier (Francia)
Magistrato onorario della Corte suprema di Cassazione francese, già membro e presidente del Comitato di diritti economici, sociali e culturali dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite
Componenti:
Umberto Allegretti (Italia)
Giurista, già docente di diritto costituzionale presso l’Università di Firenze, già direttore di “Democrazia e diritto”, studioso della democrazia partecipativa
Perfecto Andrés Ibàñez (Spagna)
Magistrato del Tribunal Supremo spagnolo e direttore della rivista “Jueces para la Democracia”
Mireille Fanon Mendès France (Francia)
Presidente della Fondazione Frantz-Fanon e componente del Gruppo di lavoro di esperti per le popolazioni afrodiscendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite
Sara Larrain (Cile)
Ecologista e politica cilena, direttrice del Programa Chììe Sustentable dal 1997
Dora Lucy Arias (Colombia)
Avvocata, componente del Consiglio direttivo del Colectivo de Abogados José Alvear Restrepo
Antoni Pigrau Sole (Spagna)
Professore di diritto internazionale pubblico presso l’Universidad Rovira y Virgili
di Tarragona, direttore dei Centro de Estudios de Derecho Ambiental de Tarragona
Roberto Schiattarella (Italia)
Economista, professore di politica economica presso l’Università di Camerino
SEGRETERIA GENERALE
Gianni Tognoni (Italia)
Simona Fraudatario (Italia)

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