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Risposta interrogazione 3-03430 sull’equipaggiamento dei Vigili del fuoco.

Il 25 gennaio 2017 avevo presentato l’interrogazione n. 3-03430 inerente l’equipaggiamento dei Vigili del Fuoco, lo scorso 14 Settembre, nella seduta n. 876 dell’Assemblea, ho ricevuto la risposta dall’On. RUGHETTI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri ed ho potuto brevemente replicare.

TESTO INTERROGAZIONE

Atto n. 3-03430
Pubblicato il 25 gennaio 2017, nella seduta n. 747
SCIBONA , AIROLA , CASTALDI , DONNO , MONTEVECCHI , CAPPELLETTI , GIARRUSSO , SANTANGELO , PUGLIA , MORONESE , PAGLINI – Al Ministro dell’interno. –
Premesso che, a quanto risulta agli interroganti dall’articolo “Nella neve sul terremoto senza guanti, senza indumenti termici e con mezzi vecchi senza catene”, pubblicato, in data 19 gennaio 2017, dalla testata on line “Il Piacenza”, plurisettimanale telematico, si apprende come in un nota il coordinamento provinciale Cgil dei Vigili del fuoco di Piacenza abbia denunciato le numerose criticità a cui il proprio personale è stato sottoposto nell’espletamento dei compiti di protezione civile presso le zone terremotate del Centro Italia;
considerato che:
si evince come i Vigili del fuoco siano stati inviati presso le zone di intervento, ricoperte da metri di neve e con temperature sotto lo zero, senza indumenti protettivi adeguati, senza guanti, né stivali da neve;
inoltre, si evince che gli automezzi in dotazione sarebbero, in larga parte, vetusti e privi di dispositivi antineve e che gli stessi operatori alloggiano in tende in cui non è garantito il riscaldamento, né i minimi servizi igienico-sanitari;
considerato infine che pur non essendo attualmente nella situazione determinatasi nel corso delle prime ore dall’evento emergenziale, risulta agli interroganti che la gestione dell’emergenza non sembrerebbe ancora consolidata; gli stessi turni e gli invii di personale non sarebbero cadenzati ed avverrebbero spesso senza o con minimo preavviso, evidenziando una totale disorganizzazione logistica,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti;
quali iniziative intenda intraprendere, affinché siano reperiti con urgenza fondi straordinari per dotare tutti i reparti dei Vigili del fuoco impiegati o da impiegare nell’emergenza post sisma del Centro Italia di adeguato equipaggiamento personale e mezzi, per far fronte agli eventi climatici in atto;
se intenda avviare urgentemente una ricognizione del sistema di protezione civile, al fine di adeguare di mezzi e risorse le strutture che concorrono agli interventi necessari durante o a seguito di un’emergenza o calamità naturale;
se, a prescindere dagli interventi emergenziali, intenda stanziare fondi da destinarsi ai reparti effettivi dei Vigili del fuoco ai fini di addestramento e di acquisto di dotazioni.

RISPOSTA E REPLICA

Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 876 del 14/09/2017
PRESIDENTE. Segue l’interrogazione 3-03430 sull’equipaggiamento dei Vigili del fuoco.
Il rappresentante del Governo ha facoltà di rispondere a tale interrogazione.

RUGHETTI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signora Presidente, onorevoli senatori, prima di entrare nel merito delle questioni poste dagli interroganti, mi sia consentito di esprimere la piena riconoscenza alle donne e agli uomini del Corpo nazionale dei vigili del fuoco. L’elevatissimo livello del loro dispositivo di soccorso ha saputo far fronte alle numerosissime situazioni di grande complessità all’indomani dei tragici eventi sismici che dal 24 agosto 2016 hanno colpito diverse aree del nostro Paese, assicurando e garantendo l’assistenza alla popolazione con ineccepibile competenza tecnica e professionale. Al salvataggio delle persone nell’immediatezza degli eventi si aggiungono le migliaia di operazioni compiute per la messa in sicurezza degli immobili pubblici e privati o per il recupero dei beni delle abitazioni lesionate e delle attività commerciali. Innumerevoli sono stati anche i sopralluoghi, le verifiche di stabilità e le demolizioni degli edifici pericolanti; molteplici gli interventi per la difesa e il recupero di beni storici, architettonici e culturali fatti in collaborazione con il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.
Con riferimento più puntuale ai quesiti posti nell’atto di sindacato ispettivo, e in particolare alla presunta inadeguatezza delle dotazioni invernali utilizzate dai Vigili del fuoco, evidenzio che il Corpo nazionale utilizza un vestiario studiato per garantire un’adeguata tutela dell’integrità fisica dell’operatore e un buon isolamento termico, in conformità alle vigenti normative e direttive comunitarie.
Venendo ora alla questione degli automezzi di soccorso, il parco del Corpo nazionale dei vigili del fuoco è stato effettivamente interessato in questi ultimi anni da un progressivo fenomeno di invecchiamento, in ragione delle note carenze di fondi legate alla sfavorevole congiuntura economica. Purtuttavia, in questa legislatura sono stati previsti interventi normativi che hanno consentito l’avvio da parte dell’amministrazione dell’interno di linee di finanziamento per realizzare un piano di ammodernamento dei mezzi operativi del Corpo nazionale e, quindi, di rafforzare le strutture e il dispositivo di soccorso tecnico urgente, in un’ottica di modularità e interoperabilità con tutti gli altri enti coinvolti nelle emergenze.
Mi limito, in proposito, a richiamare le più recenti misure: il decreto-legge n. 113 del 2016, che ha autorizzato la spesa di 10 milioni di euro per ciascuno degli anni del triennio 2016-2018. Per l’anno 2016 si è già provveduto all’acquisto di 100 autoveicoli Jeep, per una spesa di euro 2.029.917,74 e di 40.000 uniformi invernali per una spesa di euro 7.528.376,00.
I fondi previsti per gli anni 2017 e 2018, saranno utilizzati per il rinnovo di dispositivi di protezione individuale.
Il decreto-legge n. 189 del 2016 ha autorizzato la spesa di 5 milioni di euro per l’anno 2016 e di 45 milioni di euro per l’anno corrente. Con l’utilizzo delle predette risorse del 2016, unitamente a fondi ordinari, sono stati stipulati contratti per l’acquisizione di otto autoscale, attualmente in fase di allestimento, e dieci autocarri in fase di assegnazione. Inoltre, le risorse stanziate per il 2017 verranno utilizzate per l’acquisizione di 160 autopompe, 16 automezzi per soccorso nei centri storici, e infine dieci autoscale.
La legge di bilancio 2017 ha stanziato 70 milioni di euro per l’anno in corso e 180 milioni di euro annui per il periodo 2018-2030 da ripartire tra le forze di polizia e il Corpo nazionale secondo un programma pluriennale di finanziamento. A tal riguardo comunico che è in corso di definizione il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri per la suddivisione del fondo ed è stata predisposta una bozza di piano di ripartizione delle risorse in argomento, che tiene conto anche delle esigenze del Dipartimento della pubblica sicurezza.
Da ultimo, segnalo l’incremento, pari a 5 milioni di euro, delle risorse destinate all’acquisto di automezzi in considerazione dell’eccezionale sforzo operativo del Corpo nazionale sostenuto quest’estate per lo spegnimento degli incendi boschivi.
In merito, infine, alle attività di addestramento professionale e aggiornamento formativo, ricordo che il Ministero dell’interno organizza regolarmente corsi di formazione, aggiornamento, perfezionamento professionale e addestramento per il personale del Corpo nazionale dei vigili del fuoco. Tali attività si svolgono con specifici istruttori attraverso modelli organizzativi che prevedono una puntuale programmazione, con una diversa articolazione dell’orario di lavoro sostitutiva e non aggiuntiva ai turni di servizio obbligatori.
Concludo ricordando che prima della pausa estiva è stato insediato il tavolo per l’apertura della fase negoziale, che porterà al rinnovo dell’intesa negoziale che consentirà di dare una risposta importante a un comparto e a una procedura ferma da otto anni. Aggiungo che tale rinnovo arriva dopo altri due provvedimenti adottati dal Governo relativi al cosiddetto riordino delle carriere e alle assunzioni straordinarie, molto attese dai Vigili del fuoco, ancorché non esaustive a coprire tutti i vuoti in organico.

SCIBONA (M5S). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SCIBONA (M5S). Signora Presidente, signor Sottosegretario, nove mesi per rispondere a un’interrogazione di questo tipo sono un tempo abbastanza lungo, ma se andiamo a vedere le statistiche dei tempi di risposta alle interrogazioni normali si tratta di un periodo relativamente breve. Questo è il primo dato di fatto.
Ovviamente l’interrogazione era una scusante per far risaltare la problematica. È notorio che i Vigili del fuoco e gli altri Corpi statali, come la Protezione civile, sono sempre con l’acqua alla gola per quanto riguarda strumentazioni, mezzi e quant’altro. Ho sentito cifre importanti, ma probabilmente non sono sufficienti, perché ho notizia anche di requisizioni di mezzi e dotazioni ai vigili del fuoco volontari da parte dei permanenti. Questo, per carità, nell’ottica della sicurezza va bene, ma significa che anche i permanenti non hanno e continuano a non avere mezzi e dispositivi per poter operare.
Non vorrei che questa politica di tagli indiscriminati fosse tutta incentrata nell’ottica di togliere oneri allo Stato per far sì che il tutto venga poi gestito solo a livello di volontariato. Ovviamente, non si può pretendere che lo Stato abbia numeri elevati di personale professionista per attendere – speriamo mai – una catastrofe o altro, ma è altrettanto ovvio che ci deve essere una base professionale stanziale molto ben equipaggiata che possa entrare subito in azione in caso di emergenza, incidente o incendio.
Mi sembra che, rispetto a quanto continuiamo a sentire da parte dei Vigili del fuoco o di altri Corpi, a livello di lamentele e carenze, quella percorsa non sia la strada giusta. Lo Stato dovrebbe invertire assolutamente la rotta, aumentare gli stanziamenti e far sì che i Corpi chiamati a intervenire in caso di emergenza siano molto meglio equipaggiati, che siano sì avvicendati con un corpo di volontari in caso di grande catastrofe, ma che in prima istanza possano operare al meglio con quello che hanno.

CASO CUCCHI, INTERVENTO DI FINE SEDUTA.

Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 692 del 05/10/2016

SCIBONA (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SCIBONA (M5S). Signora Presidente, leggo nelle e-mail che riceviamo tutti un’allucinante presa di posizione del COISP, lillipuziano sindacato di Polizia sempre a caccia di nuovi iscritti, per voce del segretario Maccari sul caso Cucchi. Sinceramente non so chi sia questo Maccari, lo conosco solo dalla cronaca locale veneta, dove si legge che probabilmente ha fatto fermare un treno su cui era un passeggero in una stazione dove non doveva fermarsi, per poter scendere ovviamente, spendendo la sua figura, quella di incaricato sindacale, con gli agenti della Polfer.
Detto questo, non posso che esprimere profondo stupore per la relazione dei periti nominati dal gip. Le ecchimosi sul corpo di Cucchi da cosa derivano? Come si sono formate? Sono un chiaro segno di pestaggio, indegno per rappresentanti dello Stato. Sicuramente quelle ecchimosi non sono segno di un attacco epilettico. Basta mele marce nelle Forze dell’ordine: lo dobbiamo a chi, con la divisa, opera per il bene del cittadino e della legalità. Si faccia pulizia tra le Forze dell’ordine, si approvi il codice identificativo delle divise e si faccia giustizia.
Concordo con le recenti dichiarazioni del Guardasigilli sul comportamento della guardia carceraria partecipante del programma «Grande Fratello Vip» e ne condivido le preoccupazioni. Porto, infine, solidarietà a Ilaria e all’intera famiglia Cucchi per l’ennesimo schiaffo al loro e al nostro dolore. (Applausi dal Gruppo PD).

Mozioni su privatizzazione parziale di Ferrovie dello Stato Italiane – Interventi

Oggi in Senato si è discusso di una serie di mozioni a tema “Privatizzazione parziale di Ferrovie dello Stato Italiane”. Ecco il mio intervento in discussione generale e poi in dichiarazione di voto.

DISCUSSIONE
SCIBONA (M5S). Signora Presidente, ancora una volta ci troviamo a dibattere sulla privatizzazione e dunque cessione a privati di importanti asset del nostro Paese. Poco tempo fa ci eravamo occupati di Poste Italiane, oggi ci occupiamo del gruppo Ferrovie dello Stato, e domani? Speriamo non ci sia, o quantomeno che si possa andare ad elezioni e che possa governare qualcuno che abbia a cuore il patrimonio pubblico. Magari noi?
Dunque, voglio partire, nel mio ragionamento, proprio dal confronto fra queste due realtà. Infatti, entrambe sono concessionarie di servizi di pubblica utilità e sono chiamate a garantire un servizio universale; e per questa finalità hanno ricevuto e ricevono denaro pubblico per creare, manutenere e migliorare le proprie infrastrutture.
Se è vero che il servizio universale postale, grazie alle nuove tecnologie Internet, ovvero posta elettronica e smartkey (chi più ne ha, più ne metta), è teoricamente superabile, a patto di investire oltre che nella banda larga anche nella cultura del digitale (in effetti le parti periferiche dello Stato che godono già delle innovazioni politiche del Governo e ricevono la posta a giorni alterni coincidono per lo più anche con quelle che sono carenti di banda larga per poter far fronte all’abbandono del servizio postale universale), tale ragionamento non può essere mutuato sul trasporto ferroviario.
La ferrovia, anche se tanto bistrattata, rappresenta ancora l’unica dorsale presente che unisce l’Italia da Nord a Sud, che compie, nei fatti, con la mobilità pubblica, quell’unità d’Italia voluta dai nostri antenati. Ora volete smantellarla. Il Governo ci propone un piano di privatizzazione lacunoso in molteplici parti, senza garanzie di salvaguardia del servizio, ma ancor peggio errando sull’obiettivo che ci si prefigge con la privatizzazione. L’errore parte dal principio che è inutile privatizzare Ferrovie (ma vale anche per le altre public utilities) al fine di riversare i proventi nel fondo di ammortamento del debito pubblico. Ce lo ha detto chiaramente il ministro Padoan in 8a Commissione – e lo ha ricordato qualche collega prima di me – dicendo che la svendita, pardon la valorizzazione di Poste, ha inciso per lo 0,4 per cento del deficit italiano. Gran risultato.
Ovviamente Delrio, il giorno dopo, ha subito smentito questa versione e ha preso un po’ più di tempo.
Quali sono i risultati? Ad esempio, dai giornali abbiamo appreso qualche giorno fa che in Emilia-Romagna le lettere sono recapitate a giorni alterni e nei magazzini si stanno accumulando pacchi, montagne di corrispondenza. E se al posto delle lettere ci fossero i treni abbandonati nei depositi?
Nella storia del nostro Paese siamo nuovamente davanti alle cartolarizzazioni, che oggettivamente si configurano come una scelta sbagliata per risolvere un errore politico. Sono la strada che ci porterà nuovamente a dover versare denaro nel debito pubblico senza risolvere nulla, anzi aumentando il disagio ai cittadini. La questione si ripeterà e tra qualche anno saremo di nuovo costretti a vendere altri pezzi dello Stato, almeno finché ce ne sarà ancora qualcuno. Dopodiché?
Le conseguenze delle privatizzazioni degli anni Novanta non ci fanno ben sperare per il futuro di queste. Infatti, anche in quell’occasione si è voluto fare cassa e non si è avviato di pari passo un processo risolutivo, fosse anche un processo di liberalizzazione dei mercati, non certo auspicato da noi, ma molto decantato e mai attuato dai Governi succedutisi negli anni seguenti, in cui le società stesse operavano. Le conseguenze di quelle scelte si sono concretizzate, negli anni, in ritardi e distorsioni nella liberalizzazione dei mercati, da un lato, e nel progressivo taglio dei servizi, dall’altro, con gli inevitabili svantaggi che ne sono derivati per i cittadini.
Tornando alla strada ferrata l’unica privatizzazione accettabile, ovviamente del servizio e non della linea, dell’infrastruttura e degli immobili funzionali ad essa, sarebbe quella i cui proventi siano destinati al rilancio del settore ferroviario, quindi con l’obiettivo di favorire il risanamento dei segmenti oggi più carenti, quali il trasporto pubblico locale e il trasporto merci su ferro in alternativa alla gomma, accompagnato da un esteso ammodernamento della linea ed il recupero di efficienza dei servizi.
Per capirci, potremmo accettare una privatizzazione parziale aprendo a gestori privati l’infrastruttura pubblica a patto di implementare e finalmente raddoppiare e elettrificare tutte le linee ferroviarie d’Italia ancora ferme, quelle sì ferme (non come qualcun’altra che viene definita storica) al secolo scorso, ma non accettiamo di privatizzare per gettare una goccia nel mare del debito pubblico, per poi trovarci “cornuti e mazziati” senza servizi, senza fondi e senza proprietà.
Questa è l’impostazione generale delle convinzioni e del ragionamento che ci spingono a presentare questa mozione contro la privatizzazione. Ci sono però altri motivi più cogenti, motivazioni dettate dai testi governativi e dalle dichiarazioni del Governo.
C’è la preoccupazione sulla proprietà dell’infrastruttura ferroviaria, cioè la linea. Se da una parte sono state espresse parole rassicuranti, ancora non si è capito se RFI sarà scorporata dal gruppo FS, se verranno privatizzate solo alcune società del gruppo, se ci saranno cambi societari prima della privatizzazione, e tanto altro ancora. Infatti, lo schema di decreto ha un contenuto estremamente sintetico ed un limitato livello di dettaglio rispetto alle concrete modalità di realizzazione del processo di alienazione della partecipazione, non chiarendo, innanzitutto, se l’intenzione sia quella di collocare sul mercato una quota dell’intera holding di Ferrovie dello Stato Italiane SpA o singoli segmenti di attività, e come questo, dal punto di vista societario possa avvenire.
Non si è quindi neppure in grado di comprendere quale sia l’effettivo perimetro societario oggetto della privatizzazione e di valutare quale potrebbe essere il valore economico-finanziario di questa operazione.
A dire il vero, ci preoccupa anche il tergiversare, il prendere tempo. Non vorremmo che questa attesa, questo laissez faire, laissez passer, non sia un escamotage per poter succhiare ancora quei soldi pubblici e per rendere appetibile per i privati una parte, più economicamente spendibile, delle Ferrovie (good e bad companies fanno scuola).
Infine, vorrei lanciare uno spunto di riflessione, una riflessione incentrata sui cittadini, sui fruitori del servizio, che sono poi quelli che mantengono con il proprio lavoro e le proprie tasse lo Stato, il Governo e pagano anche il nostro stipendio, cari colleghi.
Già possiamo notare come negli ultimi vent’anni lo Stato italiano abbia investito massicciamente per realizzare la rete ad alta velocità/alta capacità (AV/AC), ma vi risparmio tutte quelle note tecniche che segnalano come sia assolutamente impossibile questa commistione tra alta velocità ed alta capacità. Negli anni sono stati spesi circa 28 miliardi di euro e ci sono progettazioni e intenti per una spesa complessiva, ad oggi, di circa 40 miliardi aggiuntivi. Tutto denaro drenato alle linee tradizionali, quelle che ogni giorno, in tutta Italia, milioni di persone utilizzano – o meglio, vorrebbero utilizzare – per andare a scuola e al lavoro.
Questo Stato è riuscito a creare un Paese a due velocità: da una parte i convogli ad alta velocità che collegano le principali destinazioni (Roma, Milano, Napoli, Salerno, Torino, Venezia) con un’offerta sempre più ampia, articolata e sempre più remunerativa per i gestori e quindi costosa per il cittadino; una percorrenza veloce delle lunghe distanze che, per evitare che fosse elitaria e quindi non remunerativa, è stata accompagnata da una progressiva eliminazione dei servizi tradizionali a lunga percorrenza, praticamente ormai inesistenti visto che rimangono ormai pochi intercity notte a collegare il Nord con il Sud Italia; vi è poi la giungla dei treni regionali, costellata di “carri bestiame” da far invidia al terzo mondo. Per quanto riguarda l’altro lato, non devo star qui a raccontarvi le condizioni che potete ben facilmente immaginare, non dico frequentandolo – non sia mai – ma anche solo leggendo la quotidiana cronaca locale. Si viaggia infatti troppo spesso tra tagli di risorse, soppressione di corse, ritardi e disservizi; questo quando si è fortunati: quando va male anche con pioggia, zecche e porte rotte o soppressioni dell’ultimo minuto e via discorrendo.
A questi viaggi della speranza si associano oltre 1.189 chilometri di rete ferroviaria definita “storica” ormai chiusi, perché non ci si poteva lucrare, con buona pace dei servizi pubblici per i cittadini che quell’infrastruttura avevano contribuito a realizzare con il pagamento delle tasse.
La politica annuncia che, dopo la privatizzazione, Ferrovie dello Stato dovrà in ogni caso garantire il rispetto degli obblighi del servizio pubblico universale, con particolare riguardo alla qualità ed efficienza del trasposto pubblico locale. Mi sembra a dir poco fantasioso: non l’ha fatto fino ad oggi, come potrà farlo domani se dovrà aumentare la remunerazione per soddisfare l’investitore privato?
Ci sono troppi interrogativi in questa privatizzazione, troppi nodi da sciogliere e risposte da dare. Non possiamo privatizzare cosi sic et simpliciter; noi siamo per le infrastrutture pubbliche, ma se davvero si vuole privatizzare, deve esserci almeno un piano complessivo del trasporto ferroviario che abbini libero mercato a garanzia dei servizi. Oggi questo non c’è. Fermiamoci e apriamo una fase di confronto tra tutte le parti in gioco, magari anche un progetto legislativo che getti le basi per il ripensamento del sistema di trasporto ferroviario italiano incentrato sul servizio al pendolare, ovvero al cittadino, e sul trasporto pubblico locale.
Conosciamo il proverbio sulla gatta frettolosa; non è il caso di fare cassa sulle spalle dei cittadini, ripensateci. (Applausi dal Gruppo M5S).

DICHIARAZIONE DI VOTO
SCIBONA (M5S). Signor Presidente, abbiamo ascoltato il parere del rappresentante del Governo su queste mozioni. Volevo però rispondere al collega Borioli perché ciò che ha detto è assolutamente anche una nostra preoccupazione nel senso che se si vuole diminuire il deficit vendendo pezzi di Stato, è necessario provvedere all’efficientamento dei sistemi e alla diminuzione degli sprechi altrimenti si finisce per svendere pezzi di se senza poi avere la certezza di un rientro, di un ritorno, di un miglioramento del sistema. Prima di svendere il patrimonio dello Stato, quindi, bisogna efficientare il sistema: eliminare gli sprechi, migliorare la situazione infrastrutturale reale presente, dopo di che si può pensare a qualcos’altro se tutto ciò non fosse sufficiente. Invece accade proprio il contrario.
Come diceva anche il rappresentante del Governo, il problema è proprio l’utilizzo di fondi privati. Noi non siamo liberisti e il mercato liberista dice che l’economia si basa sull’attrazione del mercato quindi se i capitali privati non vengono attratti da certe realtà, lasciatemelo dire, ci sarà un perché. Quindi prima di imporre con la forza l’utilizzo degli ultimi fondi economici di questa popolazione per imprese che attualmente sono in deficit perché hanno investito male, a causa della contingenza o di quel che si vuole, ripeto, sarebbe necessaria un’inversione di tendenza. Se non si riesce ad avere un cambio di rotta è inutile andare a svendere le ultime ricchezze dello Stato italiano, e a maggior ragione dei cittadini, per cercare di ridare sviluppo, ma non voglio usare questa parola perché lo sviluppo non si usa più neanche per le foto, quindi diciamo per migliorare la situazione economica di questo Stato. Bisogna provvedere prima all’efficientamento di quello che c’è. Se non ha funzionato ci sarà un motivo e dunque si cambia.
Parliamone insieme, siamo qui per questo; ovviamente se andate avanti per conto vostro non ci troverete, dopodiché si può vedere cosa fare. La volontà del Governo purtroppo è molto chiara, perché come è stato fatto per l’acqua, disattendendo la volontà popolare, così si sta cercando di fare sul resto, quindi la privatizzazione come modo – mi dispiace ripeterlo – per tirare su capitali che non ha. Quello che una banca non può o non vuole più dare, lo deve dare il privato? Non credo che sia la strada giusta.
Aggiungo anche che non voglio veramente più sentirvi parlare di piano industriale dei servizi pubblici: il servizio pubblico non può avere un piano industriale ma solo un ritorno per la cittadinanza, quindi è un servizio, e un servizio non può essere considerato come un’azienda.
Concludo, tanto quello che c’era da dire l’abbiamo già detto prima, con una preghiera: smettetela di essere anti Stato, smettetela di essere antipolitica, e smettetela soprattutto di accusare noi di essere antipolitica, quando siete voi che state cercando di svendere pezzi di Stato e di dismettere questo Stato.
Oltre alla nostra mozione, che ovviamente avrà voto positivo da parte nostra, annuncio il nostro voto favorevole anche sulla mozione n. 496, a prima firma della senatrice De Petris, l’astensione sulla mozione n. 511, a prima firma del senatore Crosio, pur apprezzandone alcuni punti, il nostro voto contrario sulla mozione n. 545, a prima firma del senatore Romani e sulla mozione n. 550, a prima firma del senatore Sonego. (Applausi dal Gruppo M5S).

#NotteBiancaDemocrazia, l’intervento di Marco Scibona (M5S)

Intervento del portavoce M5S al Senato Marco Scibona nel corso della seduta del 20 gennaio 2016 durante la discussione generale sul disegno di legge costituzionale n. 1429-D – Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione.

SCIBONA (M5S). Signora Presidente, molto è stato detto e da gente sicuramente più titolata di me, ma ci tenevo, anch’io, indegnamente, a lasciare qualche frase agli atti di questa modifica costituzionale (per il momento chiamiamola così: modifica).
Prima di tutto, due parole al senatore Cociancich – che non c’è, ma le sentirà – che mi sembra alquanto confuso. Magari è anche questo il motivo per cui pensa di aver firmato degli emendamenti. Il Presidente di Regione non può ma deve assolutamente entrare nel dibattito per quanto riguarda la sua Presidenza e la sua territorialità di competenza; ma ci sono tutti i sistemi istituzionali per poterlo fare. Più volte ci è capitato di vedere in zona Presidenti di Regione che vengono a parlamentare, a chiedere, a vedere di aggiustare le questioni territoriali. Se venissero qui come senatori non potrebbero essere Presidenti, quindi qualcosa non quadra nel ragionamento che è stato fatto con queste modifiche. Questo, tanto per dirne una. Abbiamo sentito tantissime critiche reali a questo tipo di modifica.
Noi ne abbiamo dette tante, ma non sono state recepite, perché la maggioranza è sorda a un’attività parlamentare costruttiva.
Quello che è successo ieri sera è esemplificativo: noi diciamo delle cose, facciamo proposte e la maggioranza le prende come mera opposizione ostruzionistica, tanto da lasciare al Parlamento le sedute notturne, in modo tale che la gente ha parlato; tanto pensano che diciamo solo sciocchezze mentre loro sanno tutto, hanno la scienza infusa; loro agiscono andando avanti dritti come un fuso.
L’ostruzionismo è altra cosa. Noi abbiamo presentato pochi emendamenti di sostanza, segnalando le criticità di queste modifiche costituzionali. Ma al di là di questo, cosa vuole realmente il popolo? Noi, infatti, siamo qua sempre e solo perché, per necessità, la volontà popolare ci ha voluto affinché amministrassimo il sistema Paese.
Mi sembra che – lo abbiamo già detto – non sia proprio il momento di andare a valutare modifiche costituzionali (di questo tipo oltretutto). Come poi i cittadini sentono questa riforma?
Noi per primi parliamo sempre di evolvere, di modificare, di migliorare, ma in questo senso una riforma costituzionale che vada ad eliminare la Camera alta deve quantomeno seguire determinati principi, quali l’onestà, la trasparenza, l’economicità, l’efficienza. Ecco, sull’efficienza – ma anche sugli altri principi – abbiamo già detto. Effettivamente l’efficienza di una Camera la si vede da quanto velocemente possano passare determinati proponimenti, ovviamente quelli che interessano i partiti, la maggioranza, i politici (quelli con la P minuscola).
Abbiamo visto la Boccadutri – lo abbiamo già detto, ma non è la sola – mentre altre proposte di modifica giacciono per intere legislature nei cassetti per essere poi riproposte il giro dopo, anche per appagare la faccia davanti al Paese, ma mai per portarle davvero a compimento.
Anche per quanto riguarda l’economicità è stato già detto: questa non sarà sicuramente la via per risparmiare denaro. A differenza di quanto detto, io, per esempio, non concordo sulla diminuzione del numero dei parlamentari, o almeno non in linea di massima; in seconda istanza sì. In prima istanza, memore e conscio di quella che è stata la storia di questo Paese, dove qualcuno si è avvantaggiato economicamente per agevolare una maggioranza che era un po’ tentennante, il fatto che ci siano più parlamentari può essere, purtroppo, una garanzia per questo modo di vedere lo Stato, per avere comunque più possibilità che qualcuno non riesca a pagare tutti, o che comunque debba pagarne di più.
L’onestà e la trasparenza sono ormai un sogno, almeno per quanto riguarda questa politica, perché tutto viene fatto nelle segrete stanze; tutto viene fatto a colpi di decreto, e quindi anche la parola democrazia ormai ha perso di significato. Ovviamente, politicamente anche l’attività della Camera può essere influenzata da quello governativa, perché, con tutti i decreti che vengono portati avanti, non rimane più spazio per la vera attività legislativa della Camera (intesa come alta e bassa). Insomma, questa riforma non rispecchia assolutamente quella che può essere una necessità da parte della popolazione.
Perché si fa questa “schiforma” istituzionale, come è stato già detto e stradetto? Ci sarà sicuramente dell’interesse a portare in queste Aule qualcuno di affidabile e di più controllabile e malleabile ai dettami di qualcuno.
Cosa sente in realtà la popolazione? Sono già stati letti degli interventi di gente comune, del popolo. Anche io ne vorrei leggere uno, tanto per lasciare un altro segno. Mamma Silvia (che non è mia moglie, si chiama così) mi ha scritto quanto segue: «Se puoi di per me queste parole: sono indignata, sono atterrita dalla vostra fredda assenza di senso etico, di responsabilità, di attenzione alle reali necessità delle persone di questo Paese. Non siete padri, non siete madri, perché altrimenti vi comportereste diversamente. Se anche avete figli state tradendo il loro futuro e anche quello di tutti i figli nostri. Siete il peggior esempio di cittadini e di esseri umani. La coscienza è molto che ha abbandonato il vostro animo, il cuore evidentemente è un mero organo e nient’altro. Non voglio dire che mi fate schifo, perché è riduttivo di ciò che davvero provo. Se davvero foste capaci di vedervi dall’esterno onestamente, vedreste lo sguardo meschino che vi caratterizza quando aprite bocca in nome del popolo italiano (…) in ogni vostro pensiero, teso solo ad accumulare ed accumulare tutte cose che nella tomba non vi potrete portare. Non sentite i vostri passi pesanti su questo mondo, su questa bella terra che è l’Italia? Sono sicura che non potrete mai assaporare la leggerezza euforica che dà l’essere onesti, limpidi e trasparenti, l’essere buoni e generosi e più di ogni altra cosa disinteressati e responsabili. Il vostro passo pesante rimbomba, fa tremare la terra e spero che prima o poi possiate sprofondare nelle voragini buie da voi stessi create. Mamma Silvia». Questa lettera è abbastanza esemplificativa.
La questione costituzionale ha anche un valore profondo, nel senso che l’Italia è sempre stata un agglomerato di territorialità e non c’è mai stata una coscienza unitaria nazionale proprio perché nelle varie zone si sono sviluppate società governative amministrative distinte e separate, poi agglomerate (o almeno si è cercato e si sta ancora tentando di agglomerarle) a partire dalla Costituzione. Quindi, la Costituzione è anche un mezzo da utilizzare per creare una coscienza nazionale.
Di questo ed altro parlava anche Dossetti, un vero Padre costituente e non come voi. Nei suoi discorsi tratta anche queste questioni. Ne cito uno: «Orbene, la Costituzione del ’48 – la prima non elargita ma veramente datasi da una gran parte del popolo italiano, e la prima coniugante le garanzie di uguaglianza per tutti e le strutture basali di una corrispondente forma di Stato e di Governo – può concorrere a sanare ferite vecchie o nuove nel nostro processo unitario e a fondare quello che, già vissuto in America, è stato ampiamente teorizzato da giuristi e socialisti della Germania di Bonn e chiamato “Patriottismo della Costituzione”». Ancora, possiamo assumere che la Costituzione del 1948 è un presidio di difesa e di legalità comune a tutti: «Tutte le attuali parti politiche dovrebbero considerare la funzione che la nostra Legge fondamentale ha esercitato negli anni difficili della prima costruzione della nostra vita democratica: anni di divisioni profonde ricollegantisi ad una radicale spaccatura del mondo, tra Ovest ed Est; anni di contrapposizioni durissime tra i partiti che, pur lottando con indicibile asprezza, tuttavia mai pensarono di denunciare il Patto e, anzi, proprio in virtù di esso, riuscirono a mantenere le ragioni di una reciproca coesistenza. Questo Patriottismo della Costituzione può concorrere, per oggi e per domani, a un rinsaldamento della nostra unità.
Certo, posso convenire con Norberto Bobbio che questo patriottismo si pone su un altro piano rispetto al patriottismo nazionale, ma lo stesso Bobbio ammette per lo meno che l’uno e l’altro patriottismo si possono completare e rafforzare a vicenda e che anche il patriottismo della Costituzione non deriva da un semplice contratto paritario ma si fonda, così come risulta dallo stesso testo, su alcuni principi ultimi non negoziabili. Esso può perciò costruire e garantire uno spazio sottratto alla negoziazione ed al semplice do ut des. È quindi uno spazio sottratto sia al conflitto politico, sia alla contrattazione. Quindi, in definitiva, esso può riuscire, come ho detto, ad essere di garanzia per qualsiasi parte politica in qualsiasi situazione, di maggioranza o di minoranza, si venga essa a trovare.
Questo è un problema serio che abbiamo più volte segnalato, ovviamente nell’assoluta indifferenza della maggioranza, un nodo che verrà per forza al pettine perché la ciclicità è cosa normale nelle Aule parlamentari e bisognerà vedere cosa succederà.
Non la tirerei molto alla lunga, anche perché arriviamo da giorni e giorni di lavoro. Vorrei concludere dicendo che, per certi versi, abbiamo anche noi del Movimento 5 Stelle alcune colpe, perché abbiamo stilato un programma che andava verso il bene comune dei cittadini e non siamo riusciti ad impedire che questo Governo prendesse i titoli del nostro programma e ne cambiasse il contenuto. Così, parlare di riduzione dei costi della politica si risolve, in mani ad un Renzi qualsiasi, nell’abolizione della democraticità della Camera alta, Camera alta che fa parte della storia di questo Paese e non solo, della storia della civiltà.
Penso al significato della sigla SPQR: Senatus populusque romanus. Adesso potremo cambiarlo in: «Sono pazzi questi renziani», sulla falsariga di quanto diceva Asterix. (Applausi dal Gruppo M5S).
In effetti, mi sento un po’, se non l’Asterix, l’Obelix della situazione e noi tutti lo siamo. Effettivamente, questi renziani sono pazzi a voler cambiare un gioiello come la Carta che ci è stata donata dai nostri Padri costituenti. (Applausi dal Gruppo M5S).

Dichiarazione di voto su Accordo Italia-Francia su esecuzione operazioni congiunte di polizia.

Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 543 del 26/11/2015

SCIBONA (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SCIBONA (M5S). Presidente, colleghi, oggi ci troviamo a ratificare un accordo tra il nostro Paese e la Francia, firmato dai ministri competenti nel dicembre del 2012.

Questo testo appare in verità subdolo, volutamente impreciso in alcune parti e ormai abbondantemente superato dal tempo e dagli eventi. Non nascondiamolo, non giriamoci intorno. In questo testo non vediamo il comma 1-bis dell’articolo 2, quello che specifica meglio quel concetto di “mantenere l’ordine pubblico”, ovvero operazioni congiunte di polizia antisommossa in quegli scenari transfrontalieri per territorio o per intenti: il cantiere TAV di Chiomonte in Valle di Susa, con i temuti NoTav, la frontiera di Ventimiglia con i migranti, tanto per fare due esempi.

Per quanto riguarda la grande opera inutile, già abbiamo ceduto al diritto francese i controlli e la legislazione applicata, creando a Chiomonte un’area di pseudo extraterritorialità. Non a caso, la società TELT, promotore responsabile della realizzazione del tunnel geognostico e della gestione della sezione transfrontaliera della nuova linea, è una società di diritto francese.

Adesso forniamo il contorno giuridico per far sì che quelle manganellate – che là abbondano – abbiano il retrogusto francese e la grande problematica dei fautori dell’ordine pubblico sarà capire come si traduce “tonfa” in francese.

Discorso simile vale per i territori di confine; penso a Ventimiglia, dove agevoleremo la Francia a respingere gli immigrati e non a rimpatriarli, ma a respingerli sul nostro territorio, lasciando poi, come sempre, a noi l’onere di occuparcene.

Ricordo anche che sul lato austriaco vige già un simile accordo per far sì che i migranti non possano uscire dal territorio italiano; infatti la polizia austriaca opera sui nostri treni, sul nostro territorio, spingendosi fino a venti chilometri dentro il nostro suolo italico ed agendo con piena autonomia. Sono all’onor di cronaca alcune vicende che raccontano come alcuni migranti vengano, senza troppa cura, spinti giù dai treni.

Scorrendo il testo del trattato, non possiamo non soffermarci su quelle parti che parlano di equipaggiamento e di divise. Sarà quantomeno curioso vedere gli agenti francesi con il codice identificativo sulle divise che compiono operazioni con la polizia italiana completamente anonima, invece. È, infatti, da novembre 2012 che la Francia ha adottato elementi identificativi sulle divise dei poliziotti mentre da noi la questione è insabbiata al Senato, dove un disegno di legge del Movimento 5 Stelle ed altri disegni di legge con lo stesso tema, giacciono morenti in 1a Commissione, vittima delle scuse e dei temporeggiamenti del ministro Alfano, con la complicità del Partito Democratico, che – si sa – è colluso con l’antidemocraticità, odia la trasparenza e strizza l’occhio alla violenza.

Un accordo, dunque, fatto male, che risponde solo alle esigenze di quegli interessi economici che vi sovvenzionano le campagne elettorali. Tra l’altro, questa ratifica è temporalmente assurda. Questo accordo è stato firmato tre anni fa in tutt’altra situazione politica; dovreste vergognarvi per questa ratifica che avviene ora. Ma, si sa, la vergogna va a braccetto con la dignità: se manca una, non può esserci l’altra.

Sarebbe servito un accordo in materia di antiterrorismo. Avremmo voluto leggere misure per il rafforzamento tra le comunicazioni di intelligence dei rispettivi Paesi, magari per evitare che in tutto il Nord Italia si cerchi un’auto Seat nera con sopra un terrorista quando sempre la stessa vettura è già stata trovata e fermata il giorno prima in Francia. Avremmo voluto uno stop al mercato delle armi verso certe zone in cui trovano rifugio i terroristi. Avremmo voluto mirati controlli ed operazioni di polizia volti a prevenire i terribili attentanti che abbiamo visto a Parigi.

Vorremmo in realtà una cooperazione internazionale in materia di difesa e sicurezza, affrontata in maniera seria e responsabile, e sopratutto una pianificazione Europea. In questo accordo tutto questo non c’è. Qui c’è solo una linea guida, piena di passaggi ambigui e ad arte di libera interpretazione. Qui c’è solo la volontà di cooperare per sopprimere il legittimo dissenso e le proteste – scomode al potere – della cittadinanza. Noi non ci stiamo e, per esprimermi con il vostro linguaggio, annuncio che voteremo convintamente contro questa ratifica. (Applausi dal Gruppo M5S).