Mozioni su privatizzazione parziale di Ferrovie dello Stato Italiane – Interventi

Oggi in Senato si è discusso di una serie di mozioni a tema “Privatizzazione parziale di Ferrovie dello Stato Italiane”. Ecco il mio intervento in discussione generale e poi in dichiarazione di voto.

DISCUSSIONE
SCIBONA (M5S). Signora Presidente, ancora una volta ci troviamo a dibattere sulla privatizzazione e dunque cessione a privati di importanti asset del nostro Paese. Poco tempo fa ci eravamo occupati di Poste Italiane, oggi ci occupiamo del gruppo Ferrovie dello Stato, e domani? Speriamo non ci sia, o quantomeno che si possa andare ad elezioni e che possa governare qualcuno che abbia a cuore il patrimonio pubblico. Magari noi?
Dunque, voglio partire, nel mio ragionamento, proprio dal confronto fra queste due realtà. Infatti, entrambe sono concessionarie di servizi di pubblica utilità e sono chiamate a garantire un servizio universale; e per questa finalità hanno ricevuto e ricevono denaro pubblico per creare, manutenere e migliorare le proprie infrastrutture.
Se è vero che il servizio universale postale, grazie alle nuove tecnologie Internet, ovvero posta elettronica e smartkey (chi più ne ha, più ne metta), è teoricamente superabile, a patto di investire oltre che nella banda larga anche nella cultura del digitale (in effetti le parti periferiche dello Stato che godono già delle innovazioni politiche del Governo e ricevono la posta a giorni alterni coincidono per lo più anche con quelle che sono carenti di banda larga per poter far fronte all’abbandono del servizio postale universale), tale ragionamento non può essere mutuato sul trasporto ferroviario.
La ferrovia, anche se tanto bistrattata, rappresenta ancora l’unica dorsale presente che unisce l’Italia da Nord a Sud, che compie, nei fatti, con la mobilità pubblica, quell’unità d’Italia voluta dai nostri antenati. Ora volete smantellarla. Il Governo ci propone un piano di privatizzazione lacunoso in molteplici parti, senza garanzie di salvaguardia del servizio, ma ancor peggio errando sull’obiettivo che ci si prefigge con la privatizzazione. L’errore parte dal principio che è inutile privatizzare Ferrovie (ma vale anche per le altre public utilities) al fine di riversare i proventi nel fondo di ammortamento del debito pubblico. Ce lo ha detto chiaramente il ministro Padoan in 8a Commissione – e lo ha ricordato qualche collega prima di me – dicendo che la svendita, pardon la valorizzazione di Poste, ha inciso per lo 0,4 per cento del deficit italiano. Gran risultato.
Ovviamente Delrio, il giorno dopo, ha subito smentito questa versione e ha preso un po’ più di tempo.
Quali sono i risultati? Ad esempio, dai giornali abbiamo appreso qualche giorno fa che in Emilia-Romagna le lettere sono recapitate a giorni alterni e nei magazzini si stanno accumulando pacchi, montagne di corrispondenza. E se al posto delle lettere ci fossero i treni abbandonati nei depositi?
Nella storia del nostro Paese siamo nuovamente davanti alle cartolarizzazioni, che oggettivamente si configurano come una scelta sbagliata per risolvere un errore politico. Sono la strada che ci porterà nuovamente a dover versare denaro nel debito pubblico senza risolvere nulla, anzi aumentando il disagio ai cittadini. La questione si ripeterà e tra qualche anno saremo di nuovo costretti a vendere altri pezzi dello Stato, almeno finché ce ne sarà ancora qualcuno. Dopodiché?
Le conseguenze delle privatizzazioni degli anni Novanta non ci fanno ben sperare per il futuro di queste. Infatti, anche in quell’occasione si è voluto fare cassa e non si è avviato di pari passo un processo risolutivo, fosse anche un processo di liberalizzazione dei mercati, non certo auspicato da noi, ma molto decantato e mai attuato dai Governi succedutisi negli anni seguenti, in cui le società stesse operavano. Le conseguenze di quelle scelte si sono concretizzate, negli anni, in ritardi e distorsioni nella liberalizzazione dei mercati, da un lato, e nel progressivo taglio dei servizi, dall’altro, con gli inevitabili svantaggi che ne sono derivati per i cittadini.
Tornando alla strada ferrata l’unica privatizzazione accettabile, ovviamente del servizio e non della linea, dell’infrastruttura e degli immobili funzionali ad essa, sarebbe quella i cui proventi siano destinati al rilancio del settore ferroviario, quindi con l’obiettivo di favorire il risanamento dei segmenti oggi più carenti, quali il trasporto pubblico locale e il trasporto merci su ferro in alternativa alla gomma, accompagnato da un esteso ammodernamento della linea ed il recupero di efficienza dei servizi.
Per capirci, potremmo accettare una privatizzazione parziale aprendo a gestori privati l’infrastruttura pubblica a patto di implementare e finalmente raddoppiare e elettrificare tutte le linee ferroviarie d’Italia ancora ferme, quelle sì ferme (non come qualcun’altra che viene definita storica) al secolo scorso, ma non accettiamo di privatizzare per gettare una goccia nel mare del debito pubblico, per poi trovarci “cornuti e mazziati” senza servizi, senza fondi e senza proprietà.
Questa è l’impostazione generale delle convinzioni e del ragionamento che ci spingono a presentare questa mozione contro la privatizzazione. Ci sono però altri motivi più cogenti, motivazioni dettate dai testi governativi e dalle dichiarazioni del Governo.
C’è la preoccupazione sulla proprietà dell’infrastruttura ferroviaria, cioè la linea. Se da una parte sono state espresse parole rassicuranti, ancora non si è capito se RFI sarà scorporata dal gruppo FS, se verranno privatizzate solo alcune società del gruppo, se ci saranno cambi societari prima della privatizzazione, e tanto altro ancora. Infatti, lo schema di decreto ha un contenuto estremamente sintetico ed un limitato livello di dettaglio rispetto alle concrete modalità di realizzazione del processo di alienazione della partecipazione, non chiarendo, innanzitutto, se l’intenzione sia quella di collocare sul mercato una quota dell’intera holding di Ferrovie dello Stato Italiane SpA o singoli segmenti di attività, e come questo, dal punto di vista societario possa avvenire.
Non si è quindi neppure in grado di comprendere quale sia l’effettivo perimetro societario oggetto della privatizzazione e di valutare quale potrebbe essere il valore economico-finanziario di questa operazione.
A dire il vero, ci preoccupa anche il tergiversare, il prendere tempo. Non vorremmo che questa attesa, questo laissez faire, laissez passer, non sia un escamotage per poter succhiare ancora quei soldi pubblici e per rendere appetibile per i privati una parte, più economicamente spendibile, delle Ferrovie (good e bad companies fanno scuola).
Infine, vorrei lanciare uno spunto di riflessione, una riflessione incentrata sui cittadini, sui fruitori del servizio, che sono poi quelli che mantengono con il proprio lavoro e le proprie tasse lo Stato, il Governo e pagano anche il nostro stipendio, cari colleghi.
Già possiamo notare come negli ultimi vent’anni lo Stato italiano abbia investito massicciamente per realizzare la rete ad alta velocità/alta capacità (AV/AC), ma vi risparmio tutte quelle note tecniche che segnalano come sia assolutamente impossibile questa commistione tra alta velocità ed alta capacità. Negli anni sono stati spesi circa 28 miliardi di euro e ci sono progettazioni e intenti per una spesa complessiva, ad oggi, di circa 40 miliardi aggiuntivi. Tutto denaro drenato alle linee tradizionali, quelle che ogni giorno, in tutta Italia, milioni di persone utilizzano – o meglio, vorrebbero utilizzare – per andare a scuola e al lavoro.
Questo Stato è riuscito a creare un Paese a due velocità: da una parte i convogli ad alta velocità che collegano le principali destinazioni (Roma, Milano, Napoli, Salerno, Torino, Venezia) con un’offerta sempre più ampia, articolata e sempre più remunerativa per i gestori e quindi costosa per il cittadino; una percorrenza veloce delle lunghe distanze che, per evitare che fosse elitaria e quindi non remunerativa, è stata accompagnata da una progressiva eliminazione dei servizi tradizionali a lunga percorrenza, praticamente ormai inesistenti visto che rimangono ormai pochi intercity notte a collegare il Nord con il Sud Italia; vi è poi la giungla dei treni regionali, costellata di “carri bestiame” da far invidia al terzo mondo. Per quanto riguarda l’altro lato, non devo star qui a raccontarvi le condizioni che potete ben facilmente immaginare, non dico frequentandolo – non sia mai – ma anche solo leggendo la quotidiana cronaca locale. Si viaggia infatti troppo spesso tra tagli di risorse, soppressione di corse, ritardi e disservizi; questo quando si è fortunati: quando va male anche con pioggia, zecche e porte rotte o soppressioni dell’ultimo minuto e via discorrendo.
A questi viaggi della speranza si associano oltre 1.189 chilometri di rete ferroviaria definita “storica” ormai chiusi, perché non ci si poteva lucrare, con buona pace dei servizi pubblici per i cittadini che quell’infrastruttura avevano contribuito a realizzare con il pagamento delle tasse.
La politica annuncia che, dopo la privatizzazione, Ferrovie dello Stato dovrà in ogni caso garantire il rispetto degli obblighi del servizio pubblico universale, con particolare riguardo alla qualità ed efficienza del trasposto pubblico locale. Mi sembra a dir poco fantasioso: non l’ha fatto fino ad oggi, come potrà farlo domani se dovrà aumentare la remunerazione per soddisfare l’investitore privato?
Ci sono troppi interrogativi in questa privatizzazione, troppi nodi da sciogliere e risposte da dare. Non possiamo privatizzare cosi sic et simpliciter; noi siamo per le infrastrutture pubbliche, ma se davvero si vuole privatizzare, deve esserci almeno un piano complessivo del trasporto ferroviario che abbini libero mercato a garanzia dei servizi. Oggi questo non c’è. Fermiamoci e apriamo una fase di confronto tra tutte le parti in gioco, magari anche un progetto legislativo che getti le basi per il ripensamento del sistema di trasporto ferroviario italiano incentrato sul servizio al pendolare, ovvero al cittadino, e sul trasporto pubblico locale.
Conosciamo il proverbio sulla gatta frettolosa; non è il caso di fare cassa sulle spalle dei cittadini, ripensateci. (Applausi dal Gruppo M5S).

DICHIARAZIONE DI VOTO
SCIBONA (M5S). Signor Presidente, abbiamo ascoltato il parere del rappresentante del Governo su queste mozioni. Volevo però rispondere al collega Borioli perché ciò che ha detto è assolutamente anche una nostra preoccupazione nel senso che se si vuole diminuire il deficit vendendo pezzi di Stato, è necessario provvedere all’efficientamento dei sistemi e alla diminuzione degli sprechi altrimenti si finisce per svendere pezzi di se senza poi avere la certezza di un rientro, di un ritorno, di un miglioramento del sistema. Prima di svendere il patrimonio dello Stato, quindi, bisogna efficientare il sistema: eliminare gli sprechi, migliorare la situazione infrastrutturale reale presente, dopo di che si può pensare a qualcos’altro se tutto ciò non fosse sufficiente. Invece accade proprio il contrario.
Come diceva anche il rappresentante del Governo, il problema è proprio l’utilizzo di fondi privati. Noi non siamo liberisti e il mercato liberista dice che l’economia si basa sull’attrazione del mercato quindi se i capitali privati non vengono attratti da certe realtà, lasciatemelo dire, ci sarà un perché. Quindi prima di imporre con la forza l’utilizzo degli ultimi fondi economici di questa popolazione per imprese che attualmente sono in deficit perché hanno investito male, a causa della contingenza o di quel che si vuole, ripeto, sarebbe necessaria un’inversione di tendenza. Se non si riesce ad avere un cambio di rotta è inutile andare a svendere le ultime ricchezze dello Stato italiano, e a maggior ragione dei cittadini, per cercare di ridare sviluppo, ma non voglio usare questa parola perché lo sviluppo non si usa più neanche per le foto, quindi diciamo per migliorare la situazione economica di questo Stato. Bisogna provvedere prima all’efficientamento di quello che c’è. Se non ha funzionato ci sarà un motivo e dunque si cambia.
Parliamone insieme, siamo qui per questo; ovviamente se andate avanti per conto vostro non ci troverete, dopodiché si può vedere cosa fare. La volontà del Governo purtroppo è molto chiara, perché come è stato fatto per l’acqua, disattendendo la volontà popolare, così si sta cercando di fare sul resto, quindi la privatizzazione come modo – mi dispiace ripeterlo – per tirare su capitali che non ha. Quello che una banca non può o non vuole più dare, lo deve dare il privato? Non credo che sia la strada giusta.
Aggiungo anche che non voglio veramente più sentirvi parlare di piano industriale dei servizi pubblici: il servizio pubblico non può avere un piano industriale ma solo un ritorno per la cittadinanza, quindi è un servizio, e un servizio non può essere considerato come un’azienda.
Concludo, tanto quello che c’era da dire l’abbiamo già detto prima, con una preghiera: smettetela di essere anti Stato, smettetela di essere antipolitica, e smettetela soprattutto di accusare noi di essere antipolitica, quando siete voi che state cercando di svendere pezzi di Stato e di dismettere questo Stato.
Oltre alla nostra mozione, che ovviamente avrà voto positivo da parte nostra, annuncio il nostro voto favorevole anche sulla mozione n. 496, a prima firma della senatrice De Petris, l’astensione sulla mozione n. 511, a prima firma del senatore Crosio, pur apprezzandone alcuni punti, il nostro voto contrario sulla mozione n. 545, a prima firma del senatore Romani e sulla mozione n. 550, a prima firma del senatore Sonego. (Applausi dal Gruppo M5S).