Anche in 8a Commissione al Senato il M5S contrasta il CETA!

Nella seduta del 20 Giugno 2017 l’8a Commissione Permanente del Senato ha dovuto esprimere un parere consultivo sul trattato CETA. Non avevamo dubbi che la maggioranza che sostiene questo governo sostenesse anche un trattato così disastroso per il nostro territorio.

Come Movimento 5 Stelle abbiamo presentato un parere di minoranza che dopo una breve panoramica della situazione metteva a fuoco tutte le nostre argomentazioni, concludendo con un parere contrario alla ratifica del trattato. Il nostro parere è stato bocciato.

Ecco il testo:

SCHEMA DI PARERE PROPOSTO DAI SENATORI SCIBONA, CIOFFI E CIAMPOLILLO SUL DISEGNO DI LEGGE N. 2849

L’8ª Commissione permanente (Lavori pubblici, comunicazioni), esaminato, per quanto di competenza, il disegno di legge in titolo,

premesso che:

la Strategia dell’Unione europea, delineata nella Comunicazione “Commercio per tutti: verso una politica commerciale e di investimento più responsabile” [COM (2015) 497], prevede un programma di negoziati commerciali con il fine di guidare la globalizzazione a vantaggio delle imprese e dei cittadini europei mediante le seguenti iniziative:
– dare priorità alla conclusione dei principali progetti negoziali in corso, come i negoziati in ambito OMC, il TTIP, l’accordo di libero scambio UE-Giappone, l’accordo UE-Cina in materia di investimenti, e proprio l’accordo CETA UE-Canada;
– avviare negoziati nella regione Asia-Pacifico, per accordi di libero scambio con Australia, Nuova Zelanda, Filippine e Indonesia;
– assicurare un’attuazione efficace degli accordi di partenariato economico e rafforzare le relazioni con l’Unione africana e con i partner commerciali africani disposti ad avanzare;
– modernizzare gli accordi di libero scambio in vigore con il Messico e il Cile e l’Unione doganale con la Turchia;
tale approccio favorisce la stipula di trattati di libero scambio di nuova generazione che possono porre limitazioni e condizionare la legislazione nazionale in settori nevralgici del diritto, quali i servizi pubblici, la salute, l’ambiente e il lavoro, tutti costituenti settori in cui sono presenti beni pubblici e beni comuni, sia in una dimensione nazionale che europea, da preservare e tutelare;

preso atto che:

il disegno di legge in esame riguarda la ratifica e l’esecuzione dell’Accordo di partenariato strategico tra l’Unione europea e i suoi Stati membri, da una parte, e il Canada, dall’altra, nonché dell’Accordo economico e commerciale globale tra il Canada, da una parte, e l’Unione europea e i suoi Stati membri, dall’altra, con allegati, fatto a Bruxelles il 30 ottobre 2016, e relativo strumento interpretativo comune;

l’Accordo di partenariato strategico (SPA) mira a rafforzare il dialogo politico, a migliorare la cooperazione e a riaffermare lo status strategico delle relazioni tra l’Unione europea e il Canada, ponendo le basi per una più ampia collaborazione in molti importanti settori, tra cui rilevano principalmente quelli della fiscalità, dello sviluppo sostenibile, della tecnologia, della ricerca e innovazione, della cultura e istruzione, della gestione delle catastrofi, della giustizia, della libertà e della sicurezza, dell’ambiente e dei cambiamenti climatici;

il 15 febbraio 2017 il Parlamento europeo, con 408 voti a favore, 254 voti contrari e 33 astensioni, ha dato il proprio consenso alla conclusione del CETA, l’Accordo economico e commerciale globale UE-Canada;

lo scopo dell’Accordo economico e commerciale globale (CETA) tra l’Unione europea e i suoi Stati membri e il Canada è stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, che dovrebbero stimolare la creazione di nuove opportunità per il commercio e gli investimenti, grazie esclusivamente a norme più favorevoli per gli operatori commerciali e all’apertura dell’accesso al mercato per le merci e i servizi di molti settori a svantaggio della tutela degli interessi pubblici da proteggere;

in particolare, l’accordo globale economico e commerciale tra UE e Canada (CETA), secondo le stime della Commissione europea, una volta entrato in vigore, potrebbe aumentare il commercio bilaterale di beni e servizi del 23 per cento ed il PIL dell’UE di circa 12 miliardi ogni anno. Gli elementi chiave dell’accordo sono: a) l’eliminazione di circa il 99 per cento dei dazi doganali esistenti sui beni industriali e agricoli e nel settore della pesca; b) il riconoscimento delle indicazioni geografiche protette; c) la rimozione di alcuni ostacoli agli investimenti diretti e specifiche disposizioni di protezione degli investimenti e risoluzione controversie tra Stati ed investitori; d) la liberalizzazione del commercio nel settore dei servizi; e) una maggiore protezione, da parte canadese, della proprietà intellettuale, attraverso standard armonizzati a quelli dell’UE; f) l’eliminazione di barriere di natura non tariffaria; g) il mutuo riconoscimento delle qualifiche professionali; h) una maggiore apertura dei mercati degli appalti pubblici;

con riferimento alle materie di competenza della 8ª Commissione, tra i settori interessati, si segnalano quello dei servizi marittimi, delle telecomunicazioni e degli appalti pubblici;

in particolare si segnala quanto previsto al Capo 15, dedicato alle telecomunicazioni, in cui l’Unione europea e il Canada si impegnano a dare alle imprese della controparte condizioni di accesso eque e non discriminatorie alle proprie reti e servizi di telecomunicazione. Il Capo contiene norme per garantire la concorrenza nel mercato delle telecomunicazioni e conferma il diritto di ciascuna parte di definire gli obblighi di servizio universale che intende mantenere e la propria politica di gestione dello spettro radio e delle frequenze;

alla luce degli interessi coinvolti nel settore delle telecomunicazioni e dello spettro radio e delle frequenze, appare evidente che sarebbe stata necessaria una riflessione più ampia e partecipata nel corso del processo decisionale, anche in ragione del crescente interessamento della società civile;

considerato che:

alla firma del CETA il 30 ottobre scorso non si è giunti senza difficoltà e l’Accordo ha rischiato il fallimento in una fase avanzata, ovvero durante la fase di approvazione. Infatti, in sede di Consiglio UE per adottare la decisione che ha autorizzato l’Unione europea a firmare l’Accordo si è lavorato sino all’ultimo al fine di comporre le diverse sensibilità nazionali e di ridurre al minimo le varie riserve pendenti. Tra le varie posizioni quella della Bulgaria, della Romania e soprattutto del Belgio, che a causa del veto posto dal Parlamento vallone non era stato autorizzato a firmare l’Accordo. Ciò ha provocato il blocco delle trattative in seno al Consiglio e lo slittamento della firma, inizialmente prevista per il 27 ottobre 2016. Inoltre, la Germania, pur favorevole all’Accordo, aveva presentato alcune richieste formali e sostanziali, riprese poi anche da altri Stati membri, alle quali è stato dato riscontro con una serie di Dichiarazioni (38 in tutto) da iscrivere agli atti. Le richieste del governo tedesco davano seguito ad una recente pronuncia della Corte costituzionale tedesca che aveva posto alcune condizioni alla firma dell’Accordo. Quanto al Belgio, una delle dichiarazioni, la n. 37, prevede, tra l’altro, che il sistema giurisdizionale per gli investimenti (ICS) creato dall’Accordo sia sottoposto al vaglio dalla Corte di giustizia dell’Unione europea al fine di verificarne la compatibilità con i trattati europei;
il 10 ottobre 2016, il parlamento autonomo della Vallonia aveva votato contro il CETA, ponendo il veto alla firma dell’Accordo da parte del Belgio. Con 44 voti favorevoli e 22 contrari i valloni avevano approvato una risoluzione con cui chiedevano al Governo vallone di non accordare pieni poteri al Governo federale per firmare il CETA. Oltre alla Vallonia, a rifiutare di concedere pieni poteri al governo federale belga, seppur in modo meno accentuato, era stata anche la regione di Bruxelles Capitale. Alla base della posizione del Parlamento vallone vi era il timore che l’Accordo potesse compromettere il modello agricolo della regione, i diritti dei lavoratori, il sistema sanitario e le norme a protezione dei consumatori e dell’ambiente. Altro grande ostacolo era rappresentato dalle disposizioni sulle controversie commerciali, ritenute non sufficientemente garantiste della sovranità dei governi;

appare evidente infatti che il CETA rientra tra gli accordi strutturati e concepiti su misura per le multinazionali e per le grandi industrie. L’Europa si confronterà infatti con il Canada in un regime di concorrenza sfrenata. Le piccole e medie imprese e le realtà locali, come quelle agricole, avranno inevitabilmente molta difficoltà a competere con le grandi multinazionali e la fortissima industria agricola canadese;

con particolare riferimento agli aspetti relativi al riconoscimento delle indicazioni geografiche protette, desta molta preoccupazione l’impatto che l’Accordo potrà avere sulle produzioni agricole e sulle eccellenze alimentari che ci sono in Europa;

nel nostro Paese molti prodotti enogastronomici sono tutelati attraverso i marchi Dop, Doc, Igp, Igt. Ebbene, per questi prodotti, che sono migliaia in Europa, il CETA ne tutela solo 173. Solo in futuro l’elenco delle IG potrà essere modificato dalle due parti. Questo significa che la nostra produzione agroalimentare potrà essere altamente esposta al rischio contraffazione dei marchi, visto che a seguito della ratifica dell’Accordo sarà legale che un’impresa canadese produca, ad esempio, un olio chiamandolo “genovese”, e lo venda sul mercato europeo senza subire conseguenze;

non si può escludere che, in ragione del rilevante abbassamento del livello di regolamentazione sulla qualità e la salubrità degli alimenti, si introduca in Europa la commercializzazione di carne derivante da lavorazioni che prevedono l’utilizzo di ormoni della crescita, antibiotici o in cui si fa uso di OGM. Tali prodotti potrebbero arrivare sui nostri mercati e, in ragione di un prezzo inferiore, invogliare i consumatori ad acquistarli;

altra forte criticità riguarda la materia della protezione degli investimenti negli accordi commerciali di libero scambio. L’Accordo in particolare crea un sistema giurisdizionale per la protezione degli investimenti (ICS) indipendente, formato da un Tribunale permanente e una Corte d’appello, composte da magistrati nominati dagli Stati, che saranno competenti in materia di risoluzione delle controversie investitore/stato, ponendo forti limitazioni al pieno diritto dei governi di regolamentare;
ne potrebbe derivare che, attraverso una vera e proprio corte privata finalizzata a proteggere gli investitori stranieri dalle discriminazioni o dal trattamento iniquo da parte dei governi, le multinazionali potranno chiamare in giudizio, usando un metodo unilaterale, i governi e gli stati qualora, a seguito di modifiche alla normativa, venissero intaccati i loro profitti;

il Canada è ad oggi il Paese industrializzato che ha dovuto fronteggiare più ricorsi da parte delle aziende. A solo titolo di esempio, l’azienda Lone Pine Resources del Delaware ha fatto causa al Canada per 150 milioni di dollari contro l’adozione di misure in difesa dell’acqua potabile; anche la Silk Corporation, altra multinazionale, ha spinto affinché venisse abrogata una legge canadese che vietava l’uso di un acido tossico nel carburante, ottenendo altresì un risarcimento di 13 milioni di dollari;

il sistema ICS prevede che solo le imprese possano fare ricorso, ma gli Stati e i cittadini non possono rivolgersi alla Corte stessa: si assiste, sostanzialmente, ad uno spostamento di potere decisionale nelle mani delle multinazionali. È un ribaltamento della gerarchia dei valori. Un governo che opera nel bene dei cittadini potrebbe essere citato in giudizio ed essere costretto a pagare fior di risarcimenti alle multinazionali;

tenuto conto che:

nella risoluzione del Consiglio d’Europa n. 2152 del 27 gennaio 2017, «Nuova generazione di accordi commerciali e le loro implicazioni sui diritti sociali, la salute pubblica e lo sviluppo sostenibile», emergono i potenziali rischi sui beni pubblici e beni comuni, sulla tutela dell’ambiente, sulla salute e sui diritti dei lavoratori, derivanti da trattati commerciali, proprio come il CETA, prima concepiti e poi negoziati e redatti con scarsa trasparenza e senza il preventivo vaglio dei Parlamenti nazionali;

nel luglio del 2014, un comitato di cittadini domandava alla Commissione di registrare una proposta di iniziativa dei cittadini europei denominata «Stop TTIP». In sostanza, tale proposta invitava la Commissione a raccomandare al Consiglio di annullare il mandato che esso le aveva conferito per negoziare il TTIP e, in definitiva, di astenersi dal concludere il CETA;
con decisione del 10 settembre 2014, la Commissione rifiutava di registrare tale proposta. Secondo la Commissione, la proposta esulava dalle sue competenze. Il comitato dei cittadini ha dunque presentato ricorso dinanzi al Tribunale dell’Unione europea per ottenere l’annullamento della decisione della Commissione. Il ricorso è stato accolto;

lo scorso 10 maggio 2017 il Tribunale dell’UE ha annullato la decisione della Commissione che ha rifiutato la registrazione della proposta di iniziativa dei cittadini europei «Stop TTIP». Nella sentenza si legge che tale proposta non rappresenta un’ingerenza inammissibile nello svolgimento della procedura legislativa, bensì suscita legittimamente e tempestivamente un dibattito democratico;

rilevato infine che:

a margine del recente incontro tra il Primo Ministro Trudeau e la Presidente Boldrini, i rappresentanti di Coldiretti, Cgil, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food, Federconsumatori, FairWatch hanno sottolineato l’impatto economico, sociale e ambientale che il Ceta potrà avere sul nostro Paese, perché in nome della libertà di commercio verrebbero peggiorati gli standard oggi vigenti in Europa in materia di sicurezza alimentare, rispetto dell’ambiente, diritti dei lavoratori,

esprime, per quanto di competenza, PARERE CONTRARIO.