Traforo del Frejus: c’è chi fa allarmismo ingiustificato sulla presunta insicurezza.

“Il tunnel del Frejus oggi non può più essere utilizzato per il trasporto concorrente di merci e viaggiatori”, “le altre gallerie superiori al Km sulla tratta Bussoleno – Salbeltrand […] dal punto di vista della sicurezza risultano poco più che semplici fori nella montagna”, “la linea tra Bussoleno, Modane ed in Francia sino a St. Jean de Maurienne, non può più essere utilizzata per il transito internazionale delle merci e dei viaggiatori; la sua capacità è fortemente limitata dalla sicurezza”.

Queste la frasi comparse sul sito veritav.net in un documento firmato da uno sconosciuto Gruppo Esperti Veritav. La stessa redazione del sito (priva di nomi e cognomi in chiaro) afferma nel post con l’evocativo titolo  “L’insostenibile leggerezza sulla sicurezza ferroviaria della tratta di valico della linea storica” che vi sono “gravi problemi di sicurezza presenti nelle gallerie della tratta di valico tra Bussoleno e Saint Jean de Maurienne (ed in primis nel vecchio tunnel del Frejus)”.

Ad apprendere tali parole, tra l’altro già pronunciate in passato da chi vuole procurare allarme presso la popolazione e l’utenza, rimaniamo davvero stupiti. Rete Ferroviaria Italiana, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e l’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria stanno forse permettendo il passaggio di treni, passeggeri e merci italiani ma anche francesi (ad esempio il TGV) su di una linea non sicura con delle gallerie pericolose e inadeguate?

Sinceramente pensiamo di no, ma vorremmo una risposta dagli enti responsabili dell’esercizio della linea e della vigilanza, anche perchè se quell’infrastruttura non dovesse essere all’altezza di un livello di sicurezza adeguato significherebbe che la stragrande maggioranza delle infrastrutture stradali e ferroviarie presenti sul territorio nazionale non sarebbero conformi agli standard.

In alternativa riteniamo che gli autori del post debbano essere indagati per “procurato allarme”. Stessa indagine che toccò al Presidente di ProNatura quando ebbe a dire che la mancanza della rete paramassi presso il Cantiere TAV di Chiomonte (tra l’altro prescritta dal CIPE ed in seguito a quell’esposto realizzata, anche se non in conformità con le specifiche progettuali), poteva rappresentare un problema per la sicurezza del cantiere ovvero delle maestranze e delle forze dell’ordine poste a presidio.
Non vogliamo credere che dietro le esternazioni del sito Veritav risieda solo la volontà di instillare qualche dubbio sulla popolazione per riuscire a convincere con la paura ciò che i dati tecnici non riescono a fare ovvero la necessità di realizzare a tutti i costi la Nuova Linea Torino-Lione.

Sicuramente la Magistratura vorrà fare luce sulla vicenda ponendo un’interdittiva al traffico ferroviario (cosa che non crediamo, viste le certificazioni di sicurezza) oppure iscrivere nel registro degli indagati chi procura un allarme ingiustificato minando la serenità dei cittadini e dei pendolari, nonché dei lavoratori che espletano il loro incarico sulla linea predetta.

Infine, richiamiamo quanto già detto nella nostra nota “Ferrovie: la vigilanza e i sistemi di sicurezza sono ancora disomogenei” ovvero che tutte le linee ferroviarie, proprio per garantire la sicurezza standardizzata e all’avanguardia di RFI, siano poste sotto l’autorità dell’ANSF e gestite da Rete Ferroviaria Italiana.

Attendiamo, quanto prima, le risposte dagli organi competenti.

Ferrovie: la vigilanza e i sistemi di sicurezza sono ancora disomogenei.

Lo scorso anno, proprio in estate come ora, intervenivo in aula per rispondere all’informativa tenuta dal Ministro Delrio sulla grave collisione ferroviaria che era avvenuta sulla linea Corato – Adria.

In particolare rilevavo che: “il problema sono le linee in concessione, perché attualmente le linee in concessione derivano non dagli uffici nazionali dell’ANSF, quindi non dall’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie, ma dall’USTIF, cioè dall’ufficio speciale trasporti a impianti fissi. Questo implica, comunque, una certa libertà, anche per le Regioni, di scegliere lo standard qualitativo delle infrastrutture, dei convogli, del materiale rotabile e quant’altro. […] Le linee FS non hanno questo tipo di blocco, di consenso telefonico, che è stato eliminato parecchi anni fa. Quindi, questo è uno dei motivi per cui noi siamo per l’infrastruttura pubblica. Poi, il gestore può essere privato, eventualmente, ma con delle regole d’ingaggio, come è stato detto altre volte, ben specificate. La sicurezza deve essere prioritaria su qualsiasi cosa”.

Terminavo poi avanzando alcune proposte concrete e di buon senso ovvero: “nella direttiva Recast e nel quarto pacchetto ferroviario si parla di interoperabilità, ma è relegata al 2019; chiediamo che l’interoperabilità venga introdotta da oggi pomeriggio, affinché queste cose non succedano più e gli standard di sicurezza passino interamente in carico all’ANSF. Questo implicherebbe l’introduzione di blocchi a salvaguardia dei tracciati”.

Il Ministro aveva confermato che era proprio quella la volontà del Governo, perché aveva riconosciuto che era l’unico modo per garantire la necessaria sicurezza anche sulle linee ferroviarie non gestite dalle Ferrovie dello Stato.

Recentemente, come tutti abbiamo potuto leggere dalla cronaca, è avvenuta una seconda tragedia in campo ferroviario, sempre in Puglia. In questo caso pare che non vi sia stato il rispetto del segnale rosso ma che comunque gli impianti esistenti su quella linea fossero carenti di quegli accorgimenti (come il blocco automatico o il blocco conta-assi) che prevedono un meccanismo automatico di disposizione a via impedita dei segnali in presenza di altro convoglio sulla stessa linea, o sistemi come SCMT che provvede allo stop della marcia in caso di interferenze sul percorso.

Il Ministro ha riferito che la moderata velocità imposta ha permesso di limitare la tragedia, ma non si è più espresso sulle originarie intenzioni di dotare finalmente tutta la rete italiana, anche quella afferente le ex ferrovie concesse, di normali standard di sicurezza!

Un’analoga riflessione può essere fatta circa la linea Circumvesuviana. Con l’interrogazione n. 3-03248 avevo sollevato il problema che i binari risultano appoggiati su di una traversina disgiunta, singola per ogni binario. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti aveva confermato che tale sistema – detto Vagneux – era perfettamente regolare, ma dopo approfondimento si evinceva come esso era stato autorizzato da una disposizione di servizio del 1980 ma senza omologazione per l’uso su massicciata. Tale sistema infatti è pensato per l’annegamento in strada o cemento come difatti avviene nel traforo ferroviario del Gottardo.

Pur ribadendo che sulla ampiamente utilizzata Circumvesuviana non c’è un imminente pericolo per la sicurezza, si rende ancora più necessario attuare finalmente la famosa interoperabilità delle linee e sottoporre tutte le linee ferroviarie d’Italia (quelle a scartamento ridotto tanto quanto quelle a scartamento ordinario) alla vigilanza della Agenzia Nazionale per la Sicurezza delle Ferrovie (ANSF).

L’augurio poi del Movimento 5 Stelle è che tutte queste ferrovie, tutt’altro che considerate minori (sia per il bacino di utenza servita che per le peculiarità storiche e culturali), passino direttamente sotto la gestione di Rete Ferroviaria Italiana che applicando i suoi standard operativi e di sicurezza, all’avanguardia in Europa, garantisca un servizio sicuro ed efficiente.

Ovviamente un tale passaggio deve essere accompagnato da precise risorse pubbliche, stanziate dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti attraverso gli Accordi di Programma con RFI. Al posto di impegnare risorse in inutili grandi opere, si attui una politica armonica e di standardizzazione su tutto il trasporto ferroviario. Si risolvano i problemi di sicurezza, si tutelino i cittadini con viaggi sicuri ed efficienti!

Anche in 8a Commissione al Senato il M5S contrasta il CETA!

Nella seduta del 20 Giugno 2017 l’8a Commissione Permanente del Senato ha dovuto esprimere un parere consultivo sul trattato CETA. Non avevamo dubbi che la maggioranza che sostiene questo governo sostenesse anche un trattato così disastroso per il nostro territorio.

Come Movimento 5 Stelle abbiamo presentato un parere di minoranza che dopo una breve panoramica della situazione metteva a fuoco tutte le nostre argomentazioni, concludendo con un parere contrario alla ratifica del trattato. Il nostro parere è stato bocciato.

Ecco il testo:

SCHEMA DI PARERE PROPOSTO DAI SENATORI SCIBONA, CIOFFI E CIAMPOLILLO SUL DISEGNO DI LEGGE N. 2849

L’8ª Commissione permanente (Lavori pubblici, comunicazioni), esaminato, per quanto di competenza, il disegno di legge in titolo,

premesso che:

la Strategia dell’Unione europea, delineata nella Comunicazione “Commercio per tutti: verso una politica commerciale e di investimento più responsabile” [COM (2015) 497], prevede un programma di negoziati commerciali con il fine di guidare la globalizzazione a vantaggio delle imprese e dei cittadini europei mediante le seguenti iniziative:
– dare priorità alla conclusione dei principali progetti negoziali in corso, come i negoziati in ambito OMC, il TTIP, l’accordo di libero scambio UE-Giappone, l’accordo UE-Cina in materia di investimenti, e proprio l’accordo CETA UE-Canada;
– avviare negoziati nella regione Asia-Pacifico, per accordi di libero scambio con Australia, Nuova Zelanda, Filippine e Indonesia;
– assicurare un’attuazione efficace degli accordi di partenariato economico e rafforzare le relazioni con l’Unione africana e con i partner commerciali africani disposti ad avanzare;
– modernizzare gli accordi di libero scambio in vigore con il Messico e il Cile e l’Unione doganale con la Turchia;
tale approccio favorisce la stipula di trattati di libero scambio di nuova generazione che possono porre limitazioni e condizionare la legislazione nazionale in settori nevralgici del diritto, quali i servizi pubblici, la salute, l’ambiente e il lavoro, tutti costituenti settori in cui sono presenti beni pubblici e beni comuni, sia in una dimensione nazionale che europea, da preservare e tutelare;

preso atto che:

il disegno di legge in esame riguarda la ratifica e l’esecuzione dell’Accordo di partenariato strategico tra l’Unione europea e i suoi Stati membri, da una parte, e il Canada, dall’altra, nonché dell’Accordo economico e commerciale globale tra il Canada, da una parte, e l’Unione europea e i suoi Stati membri, dall’altra, con allegati, fatto a Bruxelles il 30 ottobre 2016, e relativo strumento interpretativo comune;

l’Accordo di partenariato strategico (SPA) mira a rafforzare il dialogo politico, a migliorare la cooperazione e a riaffermare lo status strategico delle relazioni tra l’Unione europea e il Canada, ponendo le basi per una più ampia collaborazione in molti importanti settori, tra cui rilevano principalmente quelli della fiscalità, dello sviluppo sostenibile, della tecnologia, della ricerca e innovazione, della cultura e istruzione, della gestione delle catastrofi, della giustizia, della libertà e della sicurezza, dell’ambiente e dei cambiamenti climatici;

il 15 febbraio 2017 il Parlamento europeo, con 408 voti a favore, 254 voti contrari e 33 astensioni, ha dato il proprio consenso alla conclusione del CETA, l’Accordo economico e commerciale globale UE-Canada;

lo scopo dell’Accordo economico e commerciale globale (CETA) tra l’Unione europea e i suoi Stati membri e il Canada è stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, che dovrebbero stimolare la creazione di nuove opportunità per il commercio e gli investimenti, grazie esclusivamente a norme più favorevoli per gli operatori commerciali e all’apertura dell’accesso al mercato per le merci e i servizi di molti settori a svantaggio della tutela degli interessi pubblici da proteggere;

in particolare, l’accordo globale economico e commerciale tra UE e Canada (CETA), secondo le stime della Commissione europea, una volta entrato in vigore, potrebbe aumentare il commercio bilaterale di beni e servizi del 23 per cento ed il PIL dell’UE di circa 12 miliardi ogni anno. Gli elementi chiave dell’accordo sono: a) l’eliminazione di circa il 99 per cento dei dazi doganali esistenti sui beni industriali e agricoli e nel settore della pesca; b) il riconoscimento delle indicazioni geografiche protette; c) la rimozione di alcuni ostacoli agli investimenti diretti e specifiche disposizioni di protezione degli investimenti e risoluzione controversie tra Stati ed investitori; d) la liberalizzazione del commercio nel settore dei servizi; e) una maggiore protezione, da parte canadese, della proprietà intellettuale, attraverso standard armonizzati a quelli dell’UE; f) l’eliminazione di barriere di natura non tariffaria; g) il mutuo riconoscimento delle qualifiche professionali; h) una maggiore apertura dei mercati degli appalti pubblici;

con riferimento alle materie di competenza della 8ª Commissione, tra i settori interessati, si segnalano quello dei servizi marittimi, delle telecomunicazioni e degli appalti pubblici;

in particolare si segnala quanto previsto al Capo 15, dedicato alle telecomunicazioni, in cui l’Unione europea e il Canada si impegnano a dare alle imprese della controparte condizioni di accesso eque e non discriminatorie alle proprie reti e servizi di telecomunicazione. Il Capo contiene norme per garantire la concorrenza nel mercato delle telecomunicazioni e conferma il diritto di ciascuna parte di definire gli obblighi di servizio universale che intende mantenere e la propria politica di gestione dello spettro radio e delle frequenze;

alla luce degli interessi coinvolti nel settore delle telecomunicazioni e dello spettro radio e delle frequenze, appare evidente che sarebbe stata necessaria una riflessione più ampia e partecipata nel corso del processo decisionale, anche in ragione del crescente interessamento della società civile;

considerato che:

alla firma del CETA il 30 ottobre scorso non si è giunti senza difficoltà e l’Accordo ha rischiato il fallimento in una fase avanzata, ovvero durante la fase di approvazione. Infatti, in sede di Consiglio UE per adottare la decisione che ha autorizzato l’Unione europea a firmare l’Accordo si è lavorato sino all’ultimo al fine di comporre le diverse sensibilità nazionali e di ridurre al minimo le varie riserve pendenti. Tra le varie posizioni quella della Bulgaria, della Romania e soprattutto del Belgio, che a causa del veto posto dal Parlamento vallone non era stato autorizzato a firmare l’Accordo. Ciò ha provocato il blocco delle trattative in seno al Consiglio e lo slittamento della firma, inizialmente prevista per il 27 ottobre 2016. Inoltre, la Germania, pur favorevole all’Accordo, aveva presentato alcune richieste formali e sostanziali, riprese poi anche da altri Stati membri, alle quali è stato dato riscontro con una serie di Dichiarazioni (38 in tutto) da iscrivere agli atti. Le richieste del governo tedesco davano seguito ad una recente pronuncia della Corte costituzionale tedesca che aveva posto alcune condizioni alla firma dell’Accordo. Quanto al Belgio, una delle dichiarazioni, la n. 37, prevede, tra l’altro, che il sistema giurisdizionale per gli investimenti (ICS) creato dall’Accordo sia sottoposto al vaglio dalla Corte di giustizia dell’Unione europea al fine di verificarne la compatibilità con i trattati europei;
il 10 ottobre 2016, il parlamento autonomo della Vallonia aveva votato contro il CETA, ponendo il veto alla firma dell’Accordo da parte del Belgio. Con 44 voti favorevoli e 22 contrari i valloni avevano approvato una risoluzione con cui chiedevano al Governo vallone di non accordare pieni poteri al Governo federale per firmare il CETA. Oltre alla Vallonia, a rifiutare di concedere pieni poteri al governo federale belga, seppur in modo meno accentuato, era stata anche la regione di Bruxelles Capitale. Alla base della posizione del Parlamento vallone vi era il timore che l’Accordo potesse compromettere il modello agricolo della regione, i diritti dei lavoratori, il sistema sanitario e le norme a protezione dei consumatori e dell’ambiente. Altro grande ostacolo era rappresentato dalle disposizioni sulle controversie commerciali, ritenute non sufficientemente garantiste della sovranità dei governi;

appare evidente infatti che il CETA rientra tra gli accordi strutturati e concepiti su misura per le multinazionali e per le grandi industrie. L’Europa si confronterà infatti con il Canada in un regime di concorrenza sfrenata. Le piccole e medie imprese e le realtà locali, come quelle agricole, avranno inevitabilmente molta difficoltà a competere con le grandi multinazionali e la fortissima industria agricola canadese;

con particolare riferimento agli aspetti relativi al riconoscimento delle indicazioni geografiche protette, desta molta preoccupazione l’impatto che l’Accordo potrà avere sulle produzioni agricole e sulle eccellenze alimentari che ci sono in Europa;

nel nostro Paese molti prodotti enogastronomici sono tutelati attraverso i marchi Dop, Doc, Igp, Igt. Ebbene, per questi prodotti, che sono migliaia in Europa, il CETA ne tutela solo 173. Solo in futuro l’elenco delle IG potrà essere modificato dalle due parti. Questo significa che la nostra produzione agroalimentare potrà essere altamente esposta al rischio contraffazione dei marchi, visto che a seguito della ratifica dell’Accordo sarà legale che un’impresa canadese produca, ad esempio, un olio chiamandolo “genovese”, e lo venda sul mercato europeo senza subire conseguenze;

non si può escludere che, in ragione del rilevante abbassamento del livello di regolamentazione sulla qualità e la salubrità degli alimenti, si introduca in Europa la commercializzazione di carne derivante da lavorazioni che prevedono l’utilizzo di ormoni della crescita, antibiotici o in cui si fa uso di OGM. Tali prodotti potrebbero arrivare sui nostri mercati e, in ragione di un prezzo inferiore, invogliare i consumatori ad acquistarli;

altra forte criticità riguarda la materia della protezione degli investimenti negli accordi commerciali di libero scambio. L’Accordo in particolare crea un sistema giurisdizionale per la protezione degli investimenti (ICS) indipendente, formato da un Tribunale permanente e una Corte d’appello, composte da magistrati nominati dagli Stati, che saranno competenti in materia di risoluzione delle controversie investitore/stato, ponendo forti limitazioni al pieno diritto dei governi di regolamentare;
ne potrebbe derivare che, attraverso una vera e proprio corte privata finalizzata a proteggere gli investitori stranieri dalle discriminazioni o dal trattamento iniquo da parte dei governi, le multinazionali potranno chiamare in giudizio, usando un metodo unilaterale, i governi e gli stati qualora, a seguito di modifiche alla normativa, venissero intaccati i loro profitti;

il Canada è ad oggi il Paese industrializzato che ha dovuto fronteggiare più ricorsi da parte delle aziende. A solo titolo di esempio, l’azienda Lone Pine Resources del Delaware ha fatto causa al Canada per 150 milioni di dollari contro l’adozione di misure in difesa dell’acqua potabile; anche la Silk Corporation, altra multinazionale, ha spinto affinché venisse abrogata una legge canadese che vietava l’uso di un acido tossico nel carburante, ottenendo altresì un risarcimento di 13 milioni di dollari;

il sistema ICS prevede che solo le imprese possano fare ricorso, ma gli Stati e i cittadini non possono rivolgersi alla Corte stessa: si assiste, sostanzialmente, ad uno spostamento di potere decisionale nelle mani delle multinazionali. È un ribaltamento della gerarchia dei valori. Un governo che opera nel bene dei cittadini potrebbe essere citato in giudizio ed essere costretto a pagare fior di risarcimenti alle multinazionali;

tenuto conto che:

nella risoluzione del Consiglio d’Europa n. 2152 del 27 gennaio 2017, «Nuova generazione di accordi commerciali e le loro implicazioni sui diritti sociali, la salute pubblica e lo sviluppo sostenibile», emergono i potenziali rischi sui beni pubblici e beni comuni, sulla tutela dell’ambiente, sulla salute e sui diritti dei lavoratori, derivanti da trattati commerciali, proprio come il CETA, prima concepiti e poi negoziati e redatti con scarsa trasparenza e senza il preventivo vaglio dei Parlamenti nazionali;

nel luglio del 2014, un comitato di cittadini domandava alla Commissione di registrare una proposta di iniziativa dei cittadini europei denominata «Stop TTIP». In sostanza, tale proposta invitava la Commissione a raccomandare al Consiglio di annullare il mandato che esso le aveva conferito per negoziare il TTIP e, in definitiva, di astenersi dal concludere il CETA;
con decisione del 10 settembre 2014, la Commissione rifiutava di registrare tale proposta. Secondo la Commissione, la proposta esulava dalle sue competenze. Il comitato dei cittadini ha dunque presentato ricorso dinanzi al Tribunale dell’Unione europea per ottenere l’annullamento della decisione della Commissione. Il ricorso è stato accolto;

lo scorso 10 maggio 2017 il Tribunale dell’UE ha annullato la decisione della Commissione che ha rifiutato la registrazione della proposta di iniziativa dei cittadini europei «Stop TTIP». Nella sentenza si legge che tale proposta non rappresenta un’ingerenza inammissibile nello svolgimento della procedura legislativa, bensì suscita legittimamente e tempestivamente un dibattito democratico;

rilevato infine che:

a margine del recente incontro tra il Primo Ministro Trudeau e la Presidente Boldrini, i rappresentanti di Coldiretti, Cgil, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food, Federconsumatori, FairWatch hanno sottolineato l’impatto economico, sociale e ambientale che il Ceta potrà avere sul nostro Paese, perché in nome della libertà di commercio verrebbero peggiorati gli standard oggi vigenti in Europa in materia di sicurezza alimentare, rispetto dell’ambiente, diritti dei lavoratori,

esprime, per quanto di competenza, PARERE CONTRARIO.

Tim, Open Fiber e la banda ultra-larga italiana.

In 8a Commissione al Senato abbiamo audito due dei principali attori della partita “fibra” e siamo preoccupati che tra aziende private (TIM) e semi-pubbliche (OPEN FIBER) a perderci siano i Cittadini italiani.

Da un lato una azienda privata persegue giustamente le sue politiche di incremento dell’utile, anche se, purtroppo, buona parte delle sue proprietà abbiano una base di soldi pubblici.

Dall’altra la società Open Fiber, partecipata da Enel e Cassa Depositi e Prestiti che, vincendo una gara, si è presa l’onere dal Governo di implementare la grande infrastruttura (una delle poche se non l’unica grande opera che ci sentiamo di appoggiare e sostenere) che stenta a partire, colpa forse di tempi tempi tecnici troppo lunghi per approvare e finanziare progetti e le successive realizzazioni. Tra l’altro siamo in grande ritardo rispetto agli altri Stati e bisogna recuperare molto tempo perso.

Ora il rischio è che tutto si insabbi nelle aule dei tribunali. Tim, in seguito a recenti rivalutazioni di mercato, ha deciso di cambiare il target di ampliamento della sua rete alla luce di nuove analisi commerciali. Questo ampliamento va a incidere su aree che fanno parte della gara vinta da Open Fiber, zone bianche, cioè quelle definite fino a poco tempo fa come a fallimento di mercato, e ora rientrate negli interessi del competitor privato. Nulla di male, verrebbe da dire, ma il rischio è che si inceppi il meccanismo. Tim allaccerebbe in fibra le parti remunerative di quelle zone, agglomerati urbani fino a 20.000 abitanti, che sono la parte di maggior introito per quelle aree decentrate altrimenti a bilancio negativo. Da qui l’innesco di una disputa che rischia di provocare uno stallo e ledere i Cittadini.

La questione banda ultralarga è molto attuale, senza la fibra il nostro tessuto imprenditoriale ma anche la vita dei cittadini non riuscirà a ripartire perché è ormai con internet che vengono corrisposti i servizi più disparati. La cablatura in fibra di tutto lo “stivale” potrebbe essere la chiave di volta per uscire da un’impasse che attanaglia tutto, la svolta per supplire ai tagli orizzontali alla spesa pubblica degli ultimi anni che calano sulla testa dei cittadini, soprattutto coloro che risiedono in aree decentrate, quelle aree dove maggiormente si sono fatti sentire riorganizzazioni dei servizi e le chiusure dei presidi amministrativi di pubblica utilità (poste, uffici comunali decentrati, ecc…). Pensate che l’Agenda Digitale italiana prevede che l’85% della popolazione debba avere disponibile una velocità di connessione pari a 100 Mbps, per le altre aree, più remote, è confermato l’obiettivo di avere almeno 30 Mbps.

Se vogliamo anche solo citare meramente quel brutto (dato che non è rappresentativo di quello che è il comune sentire) parametro sulla bocca di tutti che è il PIL, anche quel parametro comunque indica come favorevole questo tipo di investimento, a fronte di pochi miliardi di investimenti il ritorno lavorativo è di migliaia di posti di lavoro per non parlare di indotto e di come la connettività in banda ultra-larga permetterebbe alle aziende di ritornare competitive con il resto del mondo, pur rimanendo sul nostro territorio. Non come le altre stantie volontà governative di realizzare grandi opere molto più costose e molto meno redditizie per posti di lavoro e ritorni realizzabili. Per la precisione, in numeri, la Banca Mondiale stima un +1,3 al PIL, Mckinsey +1,4 e Booz&C. +1,5.

In linea di massima non importa tanto quale dei due contendenti vincerà, o meglio, l’unica nostro auspicio è quello che a guadagnarci sia la collettività, magari senza sprecare soldi pubblici e senza incorrere in dispendiose sovrapposizioni di cantieri e duplicazioni inutili di infrastrutture.
La nostra vision ovviamente sarebbe ancora più improntata al pubblico, come e forse più delle altre infrastrutture, questa dovrebbe essere a totale gestione statale. Ancora riecheggiano le grida preoccupate di tutti quando si scoprirono uffici dedicati allo “sniffing” delle comunicazioni telefoniche da parte di aziende private, pensate a cosa passa sull’infrastruttura di rete oggi, e cosa significa poter, anche solo potenzialmente, vederne e carpirne il transito, il contenuto.

Anche se la totale fibra pubblica, è per ora, un miraggio, ci auguriamo che la partnership pubblico-privato possa portare quanto prima a vedere il nostro Paese cablato ed efficiente, per una volta il “Ce lo chiede l’Europa” sia di sprone per realizzare in breve tempo una connessione globale che possa aiutare l’Italia.
fibra-ottica

MOVIDA, SCIBONA – FREDIANI (M5S): “SUPERATE LE FORME ORDINARIE DI GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO”

Ieri sera a Torino sono state superate le forme ordinarie di gestione dell’ordine pubblico.

Un’operazione decisa autonomamente dal Questore che ha disposto il presidio, dalle ore 20, con agenti in modalità “antisommossa” in una delle vie centrali di Torino, luogo della cosiddetta movida. A quell’ora non vi era alcun problema di ordine pubblico da sedare attraverso tale imponente spiegamento di forze.

Quello che ne è scaturito è stato un prevedibile sconvolgimento del vivere sociale. Condanniamo l’uso indiscriminato della forza da parte della Polizia di Stato. Gli avventori dei locali, se in violazione di un provvedimento amministrativo, dovrebbero ricevere una multa. Non una manganellata.

Il Questore adotterà le stesse misure di sicurezza anche per San Giovanni? Magari come “approccio più dolce con il cittadini” come ha affermato in una recente intervista? Ci auguriamo di non rivedere mai più scene del genere nel nostro capoluogo.

Marco Scibona, Senatore M5S
Francesca Frediani, Consigliere regionale M5S Piemonte